Nazionalismo, Dominica.

Il 3 novembre 2018, Dominica festeggia i quarant’anni di indipendenza. È una nazione ancora molto giovane, considerata a reddito medio-basso, fa parte del Commonwealth rimane quindi nella sfera economica britannica. Economia debole prevalentemente agricola, ma anche turismo di nicchia, sfruttando la ricchezza e la natura incontaminata, per competere con la sua diversità di offerta la grande concorrenza delle altre isole caraibiche. Piccolo paradiso fiscale, qualche servizio importante quali call centers anche per gli Stati Uniti grazie all’inglese ormai prevalente tra i giovani che stanno abbandonando il creolo.

I Dominicani sono giustamente orgogliosi del loro paese anche se l’indipendenza non ha portato i risultati sperati in termini di sviluppo economico e distribuzione della ricchezza. Le grandi famiglie che tengono il potere economico sono di origine palestinese o siriana, alcuni ebrei e gli immancabili cinesi che si stanno impossessando del piccolo commercio. Inglesi incredibilmente spariti.

Sono arrivato pochi giorni prima del 3 novembre, ovviamente festa nazionale con tanto di parata para-militare, perché Dominica non ha un esercito vero e proprio, e balli organizzati nello stadio nazionale di cricket, lo sport nazionale e retaggio del colonialismo inglese. Chiedo a Greg il gestore dell’Hotel Flamboyant (scintillante solo di nome) come e dove si farà festa pensando già di andare a fare baldoria. Greg mi risponde serio che non festeggia un evento che rappresenta invece una sciagura, voluta dai politici e non dalla gente. E mi dice ancora più serio. “E poi guarda la carta a nord c’è Guadalupa, a sud c’è Martinica quindi Dominica dovrebbe essere francese”. Dal punto di vista dell’opportunismo economico personale non fa una grinza. Dominica è l’isola più povera dei Caraibi (escluso Haiti) vicina alle isole probabilmente se non più ricche ma che beneficiano del sistema di protezione sociale di una potenza economica quale la Francia.

Dal punto di vista storico non ha ovviamente fondamento. Inglese dal 1763 quando fu ceduta dai francesi dopo la sconfitta della guerra dei sette anni. I francesi provarono varie volte a riconquistarla anche sotto Napoleone nel 1805 grazie all’appoggio della popolazione che si sentiva francese dopo averla conquista dagli spagnoli all’inizio del XVIII. Dopo un secolo e mezzo incredibile il fatto che resista un sentimento pro-francese. A dire il vero gli spagnoli non provarono a difendere l’isola perché non la conquistarono proprio del tutto. La popolazione indigena, i Kalinago, divennero famosi per l’abilità guerriera e la resistenza ai primi conquistatori che avvistarono l’isola una domenica. Da qui nasce il nome, come per la repubblica dominicana. Cosi come le due dominiche sono associate dal nome lo sono anche dal fatto di essere le uniche isole caraibiche a ospitare ancora delle popolazioni indigene pre-colombiane.  I Kalinago di Dominica sono circa 6 mila abitanti costituendo la comunità indigena più grandi dei caraibi. Il capo attuale dei Kalinago, Chief Charles Williams o semplicemente Chief, mi ha spiegato come sia nell’ordine delle cose che l’appartenenza alla comunità sia trasmessa dagli uomini. Se un uomo sceglie una donna fuori dalla comunità la discendenza sarà kalinago mentre se una donna si sposa con un non-kalinago di fatto abbandona la comunità.

Incredibile che dopo più di tre secoli ancora si possano riconoscere i Kalinago rispetto agli emigrati post-colombiani tutti discendenti degli schiavi dall’Africani occidentale e centrale. I Kalinago sono chiari praticamente bianchi dai tratti somatici orientali. Sembrano giapponesi o filippini. Molti portano ancora fieri i nomi di origine francese come Peltier o Graneau. Insomma Dominica è una piccola isola in un grande frullato di storia tra spagnoli, francesi, inglesi, africani e asiatici. Il senso di orgoglio della discendenza indigena è molto forte. Avere una pelle più chiara per quanto mischiata nel corso dei secoli è motivo di orgoglio sottolineato dalla puntualizzazione “I’m coming from the Territory” o un ancor più forte legame con “I live in the Territory”.

 

Dominica, uragano Maria.

Arrivo in Dominica un mese e dieci giorni dopo Hurricane Maria, dopo due giorni di viaggio da San Salvador passando da Panamá poi Trinidad and Tobago da dove faccio il “hop-ing” di alcune isole dei caraibi orientali da cartolina quali Grenada, Saint Vincent, Saint Lucia fino ad Antigua. Da Antigua volo umanitario verso meta finale Roseau, la capitale di Dominica. Attenzione! a non confondere Dominica con Repubblica Dominicana. Sta al lato opposto dei caraibi (sud orientali) e si parla inglese e non spagnolo. È difficile trovarla sul mappamondo poiché è il ventiduesimo stato indipendente più piccolo al mondo battendo di poco Tonga, Singapore e Andorra ma soprattutto il quattordicesimo più piccolo per popolazione con i suoi 76 mila abitanti. Quindi un sasso buttato nel mare dei caraibi che si trova esposto a quanto pare più delle isole vicine a tutte le possibili calamità naturali quali terremoto, tsunami, eruzione vulcaniche (ce ne sono 11!), smottamenti perché ha montagne molto ripide a picco sul mare.

Dominica è stata investita da due eventi devastatori in due anni. Tempesta tropicale Erika nel 2015 e Uragano Maria la notte tra il 18 e il 19 settembre 2017. Maria, da pronunciarsi con l’accento sulla “a” ha colto il paese di sorpresa. Delle calamità naturali immediate, gli uragani sono quelli più prevedibili e lasciano più tempo per mettersi al riparo. Però Maria non ha lasciato scampo. In meno di dodici ore è passato da uragano di categoria 1 a categoria 5 (scala massima), cioè venti a 140 km/h raddoppiati a più di 280km/h investendo l’isola da sud-est a nord-ovest e guadagnandosi il primato di decimo uragano atlantico più violento di tutti i tempi. Sulla sua corsa ha lasciato sul campo 70 morti, case spazzate, tetti divelti e ponti distrutti. Poi ha continuato la sua attività distruttrice verso Puerto Rico, devastandola.

Quando sorvolo l’isola a bassa quota con il piccolo bimotore a elica, la cosa che più colpisce è il grigiore dell’isola. Gli alberi sono completamente spogli. Le palme hanno perso la parte superiore. Alberi centenari abbattuti, sradicati. La foresta tropicale sembra fatta di tanti spunzoni come una spazzola per i capelli, grigia e vecchia. Avvicinandosi vedendo meglio le strutture, la seconda cosa che colpisce è la quantità delle case senza tetto. Infatti le inchieste per valutare i danni che faremo in seguito confermano che il 90% delle case hanno avuto danni, di cui il 30% totalmente distrutte e un altro 30% molto danneggiate cioè senza più servizi, tetto e forse neanche una stanza per dormire. In sostanza un disastro che ha colpito tutta l’isola. Ed è quello che mi colpisce di più: l’uragano ha investito democraticamente tutti ricchi e poveri. Tutto è distrutto. Tutti sono stati colpiti. Anche il primo ministro è stato evacuato, con la famiglia si sono sistemati in un’ala degli uffici del palazzo presidenziale. Quando parli con le persone qualsiasi sia l’argomento comincia sempre con il paragone before Mària. Per anni ci sarà un prima e un dopo Maria. Poi vedendo la devastazione ti chiedi da dove si ricomincia la ricostruzione.

Intanto c’è da assicurare i servizi minimi essenziali: acqua, cibo, salute, riparo, prime riparazioni alle infrastrutture, telecomunicazioni e logistica per muovere gli aiuti. E la macchina internazionale degli aiuti si è messa in moto subito. Io sono a carico di cibo, telecomunicazioni e logistica con un team di una ventina di colleghi in collegamento con gli altri operatori umanitari (per un totale di un centinaio di persone) e soprattutto il governo. Mi vengono in mente le parole del mio collega capo della logistica regionale che avevo incontrato a Panamá poco prima di partire per Dominica, lui di ritorno dopo esserci passato il giorno successivo all’uragano per una ricognizione dei danni. È stato il primo di tutta la comunità internazionale a raggiungere Dominica con il nostro volo umanitario. Mi commentava che non aveva mai visto una situazione del genere con gli abitanti completamente persi che si aggiravano tra le macerie con lo sguardo smarrito domandosi che cosa gli fosse successo. E certo non era la prima emergenza che vedeva. I nostri logistici sono incredibili: tu stai ancora pensando se ti devi muovere e cosa devi fare e loro sono già sul posto ad organizzare gli aiuti, o meglio innanzitutto a permettere a come fare arrivare gli aiuti sia da fuori l’isola alle zone più remote, a valutare i danni delle strade, a identificare le vie migliori, a definire le priorità e identificare le persone più vulnerabili. Con pochi giorni a disposizione prima che finiscano le riserve delle varie comunità.

La distruzione di Maria è stata causata da tre fenomeni. L’uragano stesso con la forza del vento a quasi 300 chilometri orari che ha fatto volare i container del porto commerciale spostandoli di mezzo chilometro come fossero scatoloni di cartone o ha piegato i pali di illuminazione dello stadio. La forza del mare e dei fiumi che sotto l’effetto della tempesta hanno spazzato via tutte le costruzioni sulla costa e al lato dei fiumi. Dominica, probabilmente l’isola più verde e selvaggia dei Caraibi, ha più di 300 fiumi che scendono rapidi dai pendii delle montagne a picco sul mare. I fiumi straripati hanno portato a valle tutto di tutto: tronchi di alberi, case, auto, pali della luce in groviglio di cose spinte in mare il quale ha riversato tutto sulle coste. Il terzo fenomeno devastatore è purtroppo causato dall’uomo. I giorni successivi al passaggio dell’uragano sfruttando il caos della distruzione, la mancanza di luce e l’impotenza della polizia hanno lasciato spazio alle bande di sciacalli hanno assalito negozi, uffici e case private portandosi via tutto quello che potevano. Tra le prime vittime la comunità cinese abbastanza numerosa before Mària sempre vista come stranieri hanno lasciato libero il campo abbandonando l’isola per farci ritorno solo dopo qualche mese per ritrovare i loro negozi e magazzini completamente vuoti. Ma ci sono anche altri posti impensabili attaccati dagli sciacalli. Mi raccontava la moglie di uno dei nostri autisti insegnante di una scuola elementare cha avevano portato via tutto dalla scuola. Mi chiedo cosa ci faranno i gessetti, le lavagne e qualche sedia e banchi di scuola per bambini delle elementari. Purtroppo succede in tutti i paesi, poveri o ricchi che siano. Però il lato bella della storia è come la stessa insegnante andasse fiera del fatto che con l’aiuto della comunità ha pensato di rimettere in piedi la scuola prima ancora di pensare alla propria casa. Nel giro di tre mesi praticamente tutte le scuole hanno riaperto mentre gli stessi bambini tornano in case con tetti coperti da teloni e senza elettricità. Nello stesso lasso di tempo meno di un quinto delle case hanno ritrovato luce e acqua corrente. L’educazione dei figli ha priorità su tutto. Questo dà speranza a un paese piegato ma con grande voglia di riscatto.

 

Il calcio è passione, il calcio è guerra.

Jorge “Màgico” Gonzalez è un mito assoluto, un’icona de El Salvador. Dopo Monsignor Romero è probabilmente il salvadoregno più conosciuto e amato in patria. El Màgico, di professione calciatore, approdò nel campionato spagnolo dopo aver portato la nazionale salvadoregna ai Mondiali Spagna ’82, seconda volta nella storia calcistica nazionale. Malgrado le magie del Màgico la Selecta, cosi viene chiamata la nazionale, prese una scoppola dall’Ungheria perdendo undici a uno. Ad oggi, ancora il record assoluto di differenza goal subiti in una fase finale dei Mondiali. Quell’unico goal del Salvador ai Mondiali non fu segnato dal Màgico, malgrado Maradona, alla domanda “qual’è il miglior giocatore di tutti i tempi?”, per non citare se stesso rispose il Màgico Gonzalez del Salvador. Questo contribuì alla costruzione del mito oltre a una tecnica, una velocità e dei numeri eccezionali che portarono il modesto Cádiz ai piani alti del campionato spagnolo alla metà degli anni ’80, e il Màgico a guadagnarsi un interessamento del Barcellona tanto che il club catalano lo portò nel tour estivo negli Stati uniti giocando al fianco di Maradona. Però il Màgico dai piedi eccezionali era anche un cavallo pazzo con poca voglia di allenarsi e tanta voglia di divertirsi. Perciò il Barcellona rinunciò e il nostro andò al Real Valladolid dove non resistette al freddo del clima e della gente. A furore di popolo ritornò al calore meridionale del Cádiz. La società gli impose però una clausola di pagare una multa per ogni allenamento saltato. Ma il Màgico giocava solo per divertimento e non per soldi, e continuò a fare tardi la sera, a non presentarsi agli allenamenti e a segnare tanti goal la domenica. Un grande talento, un grande personaggio. Che ho avuto l’onore di conoscere e giocarci contro!

Con la scusa delle celebrazioni europee del mese di maggio, Jaume, l’Ambasciatore dell’Unione Europea majorquino tifosissimo del Barcellona, organizza una partita semi-ufficiale Unione Europea-Selecta ’82. Organizziamo un’armata brancaleone di spagnoli, italiani, francesi e molti innesti salvadoregni quale rappresentativa europea per affrontare, a mezzogiorno di un sabato di maggio, i superstiti abili di Spagna ’82 con figli, nipoti, amici e affini. Tutti in attesa del Màgico il quale, come ogni star che si rispetti, appare con un’ora di ritardo con la sua lunga chioma grigia, accerchiato da un nugolo di ragazzini adoranti. Gli passano dei scarpini e maglietta, perché da vero bohémien non si porta niente. Entra in campo dirigendo il gioco da vero numero dieci. Senza fare grandi corse, anche se ancora tonico fisicamente, fa lanci e si diverte come ha sempre fatto lungo tutta la sua vita, giocando a fùtbol. Finito l’incontro, si presta ai selfie e distribuisce autografi a ragazzini e adulti, perché dopo trent’anni dal ritiro è l’unica vera star del fùtbol salvadoregno. Per la cronaca abbiamo perso cinque a uno, ho anticipato due volte il Màgico, subìto un tunnel per parte sua e guadagnato il ricordo di un grande personaggio che ama il fùtbol, il Salvador e la bella vita.

Per capire l’importanza della carriera internazionale del Màgico basti guardare dove militano attualmente i migliori calciatori salvadoregni. Dei 40 giocatori nel giro della Selecta di quest’anno solo 7 giocano all’estero: due in Islanda, uno in Turchia e il resto nella seconde divisioni degli Stati Uniti tranne uno che gioca nei San Diego Earthquakes, primeggiando come il giocatore salvadoregno meglio pagato con un ingaggio di 200 mila dollari l’anno. La maggior parte quindi sono rimasti a giocare nel campionato nazionale di 12 squadre che prevede eliminatorie, play-offs e finali, assegnando due titoli in un anno. Difficilmente un giocatore salvadoregno riesce a guadagnare più di sette mila dollari al mese mentre la media si aggira piuttosto sui due o tre mila dollari mese.

Questa stagione ha visto due volte la stessa finale: i bianchi dell’Alianza, storica squadra di San Salvador fondata dai dipendenti de Industria La Constancia birrificio principale del paese, contro i gialloverdi di Santa Tecla, una squadra ri-creata solo cinque anni fa. Santa Tecla è uno dei 14 municipi contigui alla capitale formando la Gran San Salvador. Praticamente un derby. A novembre il Santa Tecla le aveva suonate all’Alianza, rivincita a giugno che vado a vedere allo stadio tra la “Barra Brava”, gli ultras dell’Alianza lato tribuna Tevere nord, ahimè per la geolocalizzazione della tifoseria nello stadio della capitale che ospita la metà di tutte le partite del campionato. Avrei preferito la Sud. Trovo un tifo molto organizzato e molto caliente ma tutto sommato civile considerando di stare nel paese con il maggior numero di ammazzati al mondo per densità di popolazione. L’Alianza prende un’altra scoppola perdendo quattro a uno. Le lacrime a fine partita in uno stadio a novanta percento per l’Alianza si sprecano.

Il calcio è passione. Però come per tutti gli ultras in giro per il mondo, il calcio è anche guerra e la sconfitta in una partita è un dramma. Però in Centroamerica un po’ di più, tanto che nel 1969 sarà guerra vera tra Honduras e El Salvador, in nome del santo calcio.

Qualificazioni Mondiale Messico ’70. El Salvador e Honduras arrivano allo spareggio qualificazione. I rapporti tra i due paesi sono già tesi politicamente. Rivendicazioni di frontiera sopito da un accordo che permette ai contadini salvadoregni di andare a lavorare in Honduras per costituire un’essenziale valvola di sfogo per il Salvador dalla crescita demografica accelerata. Di fronte alla marea di 300 mila migranti dal confinante Salvador il caudillo honduregno Lopez Arellano revoca unilateralmente l’accordo. La tensione tra i due paesi cresce. Si gioca la partita di andata a Tegucigalpa. La Selecta viene accolta con minacce fisiche. La notte prima della partita gli honduregni manifestano di fronte all’hotel che ospita la nazionale salvadoregna, molestandola tutta la notte. L’Honduras vince uno a zero. In patria, al triplice fischio finale, Amelia Bolaños diciottenne figlia di un generale dell’esercito, per la delusione della sconfitta si spara un colpo al petto con la pistola del padre. Diventerà la prima eroina nazionale della guerra salvadoregna-honduregna.

Partita di ritorno a San Salvador, la settimana successiva. Stessa accoglienza a parti rovesciate. Però a questo giro si finisce con il morto. L’accompagnatore salvadoregno della nazionale honduregna per calmare i manifestanti agitatori, si affaccia dal balcone dell’hotel dove alloggiano i giocatori honduregni, ma viene accolto da una sassaiola e praticamente lapidato. In un clima surreale nazional-patriottico con bandiere honduregne bruciate e cori patriottici, sotto i mitra spianati dei militari, si gioca la partita. El Salvador vince tre a zero. E siccome non esisteva ancora la regola in-caso-di-pareggio-valgono-i-gol-segnati, si dovrà giocare la bella. Il post-partita vive il classico caccia all’uomo e ci scappano altri due morti honduregni. Visto la tensione tra i due paesi, la FIFA decide di far giocare la bella in Messico. El Salvador va in vantaggio. Pareggio immediato dell’Honduras. Nuovo vantaggio del Salvador. Honduras segna allo scadere. Si va ai supplementari. Segna il Salvador guadagnandosi la prima storica qualificazione ai Mondiali. La retorica patriottica è alle stelle. Tre settimane dopo il 14 luglio 1969, le truppe salvadoregne entrano in Honduras. Quattro giorni di conflitto e sei mila morti sul campo di battaglia il triste resoconto della guerra che verrà ricordata come la Guerra del fùtbol, dove lo spirito nazionalista della guerra del calcio ha dato le polveri al patriottismo della guerra guerreggiata, quella tristemente vera.

 

 

 

Vivere con 12 morti al giorno

16 marzo, 29 morti ammazzati nel paese in un solo giorno. E’ record da quando sono in El Salvador. Un numero eccezionale che spicca nella normalità di circa 10-12 omicidi al giorno. Un numero da guerra, in un paese dalle dimensioni di territorio e di popolazione pari alla Lombardia.

Di solito c’è un morto qui e un morto là nella periferia delle città, in villaggi rurali o in casolari agricoli isolati. Quel giorno invece due affronti di gruppo. Uno in San Martin nella periferia di San Salvador, una di quelle difficili dove le due bande principali di mareros si affrontano per questione di controllo del territorio, lasciando 9 morti sul campo di battaglia.

L’altro, più inquietante, nel centro di San Salvador nell’infinito mercato a cielo aperto, vero cuore commerciale dell’economia informale del paese. Prodotti cinesi, merce rubata, artigianato vero o falso, finta merce di alta qualità tedesca o italiana (il marchio Made in Italy va sempre forte) vengono scambiati da micro-commercianti che difendono giorno e notte il loro metro quadro di strada, fonte di reddito conquistata con grande fatica. In questo mondo pulsante di attività, un paio di pandilleros assaltano un commerciante. Reazione delle guardie di sicurezza privata che vigilano la zona ma tre di loro vengono uccise nello scontro. I vigilantes si organizzano per una rappresaglia immediata, scovano gli autori e ne uccidono 3. Occhio per occhio, dente per dente è la legge della strada. Totale 6 morti ammazzati in una tranquilla mattinata di sole in San Salvador. Metodi da guerriglia dove i mareros attaccano e i vigilanti rispondono per difendere il proprio datore di lavoro. La polizia e l’esercito stanno lì a guardare o per limitare i danni o per mancanza di mezzi o perché alcune zone sono off limits.

In mezzo, la popolazione che sopravvive economicamente e deve comunque pagare per una protezione territoriale, assicurata dai mareros o vigilantes che siano. E non è una vita facile che comincia molto presto la mattina e finisce al calare del sole quando ci si chiude in casa per evitare le insidie della notte tracciate in una mappa invisibile ma conosciuta a tutti, delimitando le zone dove non andare e definendo le regole di convivenza.

Però ci sono anche segni molto concreti del controllo del territorio. Due i segni più evidenti e facili da riconoscere. Una semplice grande scritta sui muri, di solito all’ingresso della comunità o del quartiere. MS o MS13 o 13 per la Mara Salvatrucha 13 e un semplice 18 per la Mara Bario 18. Poi l’altro segno, più folcloristico, sono le scarpe appese ai cavi della luce sempre in punti strategici ben visibili. Non scarpe qualsiasi. La marca e il modello definiscono il marchio di appartenenza, ovviamente ripercorrendo le contrapposizione tra le grandi marche mondiali. Se appartieni a una mara sei nike o adidas o puma e non si scherza. Sono sicuro che i rispettivi markettari delle grandi marche abbiano pensato a usare i mareros come testimonials. Per la cronaca, nike è MS13 mentre adidas identifica la 18, però non è così semplice e ci molte più sfumature che cambiano nel tempo e rimangono indecifrabili al di fuori della gang.

Un altro segno di controllo del territorio è l’attuazione stessa del controllo del territorio. All’ingresso della comunità hai un ragazzo con un telefonino in mano che manda messaggi sui movimenti d’ingresso e uscita per allertare il vertice locale se ci sono altri gruppi che provano a entrare, polizia o qualsiasi altro potenziale pericolo. Tutto in maniera molto discreta però pronti a tirare fuori le armi se necessario. Ecco, le armi. Se ne vedono tante tra polizia, esercito, vigilantes privati e cittadini privati. Come quel giorno che stavo sulla spiaggia con Axel un amico del gruppo del kite che ha appena comprato un jet-surf, un surf da onda con un motore a getto tipo jet-ski. Il giocattolino (da 14 mila dollari) pesa abbastanza e per caricarlo sul carrellino da spiaggia ci aiuta la sua guardia del corpo pistola infilata nel costume. La pistola è normalità nel paese da 12 morti al giorno.

Così vivono i salvadoregni dalla classe media alla super-ricca. Vivono in una bolla protetta da guardie, barriere di protezione e strategie di “evitazione”. Si va solo in certe zone, ci si muove tra una zona e l’altra galleggiando con grandi SUV sopra le zone povere e disperate. Si evita in tutti i modi il contatto con il pericolo. Due aneddoti. Uno di una mia collega di 26 anni nata a San Salvador la quale, in tutta la sua vita, non è mia andata nel centro dove comunque ci sono la cattedrale e qualche edificio storico da vedere. I suoi genitori glielo proibirono e la questione non si pone. Un secondo esempio è una del gruppo di bici che quando un sabato facemmo un’uscita per salire fino alla Puerta del Diablo, zona difficile raggiungibile con una bellissima salita di 15 chilometri, a tratti molto difficile però con ricompensa finale di un vista spettacolare su San Salvador. E mi racconta come da piccola veniva sempre qui su, che però non aveva mai portato i suoi figli perché troppo pericoloso. Quel giorno si stupì che in fondo l’avrebbe potuto fare. Ecco, per vivere i salvadoregno si chiudono in una bolla, a ogni classe sociale corrisponde la sua bolla.

Una quindicina di giorni prima della mattanza dei 29 morti, il paese si era emozionato per la morte di Gustavito, un simpatico ippopotamo tra le attrazioni principali dello zoo di San Salvador. Era l’unico del paese e fu un regalo del Guatemala perché d’ippopotami ne ha ancora alcuni. Il paese si emoziona quindi davanti al Gustavito agonizzante per ferite subite da ignoti, e dopo qualche giorno non ce la farà. L’emozione è tale che la Ministra dell’Ambiente andata allo zoo a verificare le condizioni uscendo lascerà dichiarazioni sull’orlo delle lacrime che per l’ippopotamo non c’è più niente da fare. Un mese dopo, la ministra stessa racconterà a cena a casa mia che sentiva così forte l’emozione collettiva per un atto così barbarico che non ha potuto trattenere le lacrime. Le lacrime di un paese dalle grandi contraddizioni. Speriamo che giustizia sia fatta per Gustavito, ma anche per i 29 morti di un normale giorno di marzo.

 

    

 

Il colore della politica

Riunione al municipio di San Francisco Gotera, le foto esposte all’ingresso non lasciano dubbio sull’orientamento politico del sindaco. Nell’androne, tra i comunicati delle persone ricercate, il calendario del torneo di calcio sono appese in bella mostra le foto di Lenin, Fidel e dell’immancabile Che. Il messaggio è chiaro e riprende il monito di Lenin: “Un buon comunista si alza tutte le mattine con il piede sinistro”.

Ci accoglie il sindaco con una camicia rossa bandiera sovietica e sospetto che i quadri esposti siano frutto di un suo editto. Ci fa accomodare nel suo ufficio e i dubbi diventano certezza. Il nostro simpatico sindaco ha una chiara preferenza romantica per il Che, ricordandosi che il duro lavoro giornaliero di sindaco di una piccola cittadina salvadoregna in fondo in fondo ancora insegue il sogno ribelle della rivoluzione permanente.

Più che culto della personalità l’essere esposti tra informazioni municipali e locandine pubblicitarie normalizza questi personaggi storici in nome dei quali probabilmente il sindaco ha combattuto la sua guerra nelle montagne di Morazàn.

I segni della politica o meglio dell’appartenenza politica sono sempre molto visibili in tutto il paese. Entrando in qualsiasi villaggio, paesino o cittadina si capisce subito il colore di preferenza o chi comanda. Rosso per il FMLN, blu-bianco-rosso per Arena e arancione per GANA, il terzo partito di centro-destra che nasce dalla fusione della democrazia cristiana e del partito conservatore. L’espressione del colore può prendere varie forme dalle classiche bandierine ai più inusuali striscioni di benvenuto a nome del sindaco del tal partito o veri e propri murales retaggi dell’ultima o di molte elezioni fa. E sono anche il segno della stabilità dell’orientamento visto che molto spesso sono sbiaditi e chiaramente intoccabili.

Questi segni si confondono con quelli dei mareros ma questo è un altro tema…

  

Sabato 3 dicembre

Il 3 dicembre il cielo di San Salvador s’illumina di fuochi di artificio. Uno spettacolo che durerà più di mezz’ora. Forse i giochi di luce dei fuochi sono un po’ ripetitivi però un grande investimento. Effettivamente la bacheca del condominio aveva annunciato con dieci giorni di anticipo che avrebbero aperto la terrazza condominiale per l’occasione. Con i suoi 25 piani il terrazzo è uno dei punti più alti della città. Vista bellissima un poco sopra le luci della città, tanto che alcuni giorni prima con alcuni vicini ci eravamo organizzati per vedere il big moon che poi tanto big non fu. Quindi arriva il 3 dicembre e puntuali come svizzeri partono i fuochi alle 7 di sera proprio mentre esco dal lavoro. Davanti all’ufficio noto una famigliola con figlio di 10 anni tutti accomodati sul tetto della propria macchina per godersi lo spettacolo. Un evento insomma.

Ma che cosa si celebra il 3 dicembre? L’annuncio in bacheca diceva per “dare inizio alle festività natalizie.” Certo per un paese cosi permeato dalla religione cristiana è quasi comprensibile però cercavo di capire a quale evento storico-religioso fosse collegato. Bene, la tradizione risale a 25 anni fa quando la catena fastfood Pollo Campero decise di offrire alla città dei fuochi d’artificio, ovviamente con costi fiscalmente deducibili perché considerati un’attività a favore della collettività. Da allora il primo sabato di dicembre di ogni anno il Pollo Campero affitta lo stadio principale dal quale organizza una mitragliata di fuochi e grande kermesse a base di pollo fritto. E’ un’immagine emblematica de El Salvador: celebrazioni religiose e fastfood mischiati in un’unica cultura.

Si dà così inizio al consumismo sfrenato rigorosamente sponsorizzato dalle grandi marche. Si vede che il successo della tradizione pollo campero ha spinto altre marche a trovare delle attività a favore della collettività. Infatti tutte le principali piazze dei quartieri alti della città vengono “sponsorizzate” e decorate con tanto di cartelli che non lasciano dubbio sull’identità del babbo natale della piazza. Una piazza però merita una menzione speciale: quella di Arena situata tra la chiesa dei mormoni e il centro commerciale multiplaza, tanto per rimanere in tema religioso-commerciale. Arena è l’attuale principale partito di opposizione fondato nel 1981 dal Maggiore Roberto D’Aubuisson, per far fronte alla montata comunista e appoggiare il governo dei militari. Nel suo curriculum D’Aubuisson ha come punto di onore l’accusa da parte della Commissione delle Nazioni Unite per la Verità per El Salvador di essere stato il mandante dell’uccisione di Mons. Romero, finanziando e organizzando personalmente lo squadrone di esecuzione.

La bandiera di Arena uguale a quella olandese sventola tutto l’anno sulla piazza. E in periodo natalizio come tutte le altre piazze si veste a festa, sponsorizzata da una società che produce yoghurt. Altra immagine emblematica de El Salvador, piccolo paese dai grandi contrasti: una piazza politica con chiari messaggi politici tipo “Patria Si, Comunismo No” partecipa alla orgia commerciale natalizia.

E per ribadire il periodo natalizio e non farsi mancare niente della cultura il venerdì successivo c’è stato il Black Friday, eseguito in perfetto stile gringo.

 

  

         

     

      

Election Day After

Riflessioni sulla giornata tra il Dipartimento Usulutàn e San Salvador che in qualche modo presenta alcune analogie sugli eventi mondiali e il piccolo mondo de El Salvador.

La giornata comincia con la conferma dell’elezione di Donald Trump che già avevo sentito venire la sera prima ma ero andato a dormire sperando in chissà quale miracolo. Quindi sveglia in San Miguel, terza città del paese, per visitare un progetto in Jiquilisco insieme al nostro partner tecnico Istituto Interamericano de Cooperación para Agricultura. E’ un progetto di costruzione di resilienza per piccoli produttori agricoli per garantire che abbiamo accesso a cibo tutto l’anno con dieta diversificata perché oltre al grano basico producano anche verdura che prima non producevano. Dobbiamo aiutare la comunità, con un progetto gestito soprattutto da donne, a realizzare un piccolo sistema di irrigazione per annaffiare l’orto comunitario prendendo l’acqua da un fiumiciattolo che sta 600 metri più giù. Le case del villaggio non hanno acqua corrente, non hanno porte, dormono in un amaca, la cucina è a legna, altamente tossica per i fumi.

E’ una realtà molto diversa da quella che conosco. A dire il vero le donne vestono all’Occidentale. La leader del gruppo a una maglietta bianca con delle paillettes e la scritta LDC come se fosse una marca conosciuta, ma non penso lo sia. Gli uomini hanno un immancabile cappello di paglia come quello dei cowboy e un grande machete dentro un fodero di cuoio con tante frange attaccato al cinturone. Tutti hanno un telefonino. Quindi discorsi, saluti, ringraziamenti, intervista per il video che verrà prodotto e si ritorna alla capitale che in realtà è  solo a due ore di macchina — nostra con il trasporto pubblico può diventare mezza giornata. Ufficio, casa, doccia uscita al prossimo appuntamento alle 7.30 di sera che già rappresenta età un’ anomalia di per sé perché sono rari gli eventi serali.

Serata per il lancio del sistema para un internet más rápido con tecnología LTE della Movistar. No so cosa voglia dire LTE però il marketing e la comunicazione mi fanno capire che deve essere qualcosa di molto fico e di molto rapido detto in un linguaggio pubblicitario che conosco. Lancio tipo prodotto Apple con il giovane CEO spagnolo di Telefonica El Salvador che spiega che negli anni siamo passati dalla tecnologia 2G dove si trasmetteva un giga in 2 secondi 45 millesimi a quella LTE dove la stessa informazione passerà in 0.5 millesimi di secondo. Veramente una cosa fica nel mio mondo. Non conosco nessuno nella serata e non parlo con nessuno anche perché tutto il tempo c’è musica techno a palla. Però immagino che ci sia tutta la crème del mondo corporate de El Salvador.

Ecco oggi ho visto due mondi che stanno uno a fianco all’altro, che si vedono, si conoscono ma non si capiscono, che parlano la stessa lingua ma non parlano lo stesso linguaggio. Uno ha bisogno di acqua corrente in casa mentre l’altro ha bisogno di internet sempre più veloce. Uno ha votato per Trump perché paradossalmente vuole conservare quello che ha o vorrebbe avere. L’altro ha votato per Clinton perché vuole muoversi rapidamente in un mondo che cambia rapidamente. Ma i due mondi non si capiscono e soprattutto non hanno nessuna intenzione di conoscersi.

 

San Francisco Gotera

Riunione con nove sindaci del dipartimento di Morazàn a oriente del paese, nel municipio del capoluogo, San Francisco Gotera. Mi chiedo a quale santo la città è stata intitolata. D’altra parte le prime tre città del paese richiamano una figura santa: San Salvador, Santa Ana e San Miguel, ovviamente in un paese che detiene nel suo stesso nome fervore religioso. Scopro che Gotera nasce da “got” (serpente) ed “era” (collina) in lingua indio. Il nome San Francisco fu aggiunto quindi alla Collina dei Serpenti, esempio di integrazione di cultura indio con quella dei colonizzatori. Poche cittadine hanno mantenuto il nome indio come Chatelpique, Lolotiquillo o la divertente Cacaopera che potrebbe far pensare alla collina del cacao anche se le piantagioni di cacao furono abbandonate più di cent’anni fa a favore della canna da zucchero, mais e fagioli. Poi ci sono le classiche nomenclature funzionali come Aguafría, El Cerro, Conchagua, Sensembra. Ma anche Corinto e Berlin che mi fanno pensare a gemellaggi improbabili. Certamente i nomi dei santi prevalgono con i classici San Felipe, San  José o San Isidoro. Però nella vena mistica religiosa sono imbattibili il promettente Nuevo Eden de San Juan e la intrigante Delicias de Concepción.

El masacre del Mozote – GdM3

Fine settimana a Perquìn uno dei campi di battaglia della guerra civile. In linea d’aria a 10 km dalla frontiera con l’Honduras che negli anni ottanta accoglierà 9 mila salvadoregni in un campo rifugiati. Negli anni novanta alcuni di loro andranno negli Stati Uniti, assicurando così ancora oggi la prima fonte di reddito della zona con le rimesse famigliari. La maggioranza tornerà ancora prima degli accordi di pace, accolta da Mia che conosciamo, una belga arrivata nel 1985 lavorando per la Caritas. Negli anni metterà su, con i soldi della sua città di origine fiamminga, una scuola di musica. Serata con il Grupo Morazàn composta 5 giovani della scuola con ognuno che ruotava tra i vari strumenti chitarra, flauto, batteria, percussioni e tastiera per suonare un’ottima musica andina centroamericana con anche pezzi propri. Malgrado i 31 anni passati li Mia mostra un incredibile energia dicendo che ancora deve andare in Congo!

Al Museo storico di Perquin, un’esposizione di foto e di documenti storici, ci accompagna il direttore per raccontare la Storia Vera come dice lui, quella che ancora non è stata raccontata ufficialmente. La storia qui è il massacro de El Mozote dove l’esercito in 3 giorni ha massacrato un intero villaggio cercando i guerriglieri che non c’erano perché rifugiati nella vegetazione tropicale delle montagne. Invece dei guerriglieri uccisero tutti, anziani, donne e bambini appena nati o adolescenti per il semplice motivo di essere lì. Incontriamo la Presidente dell’Associazione Promotrice dei Diritti Umani del Mozote e vari familiari delle vittime nel El jardin de reflexiòn de Los Inocentes, giardino adiacente alla chiesa dove furono uccisi centinaia di bambini e bambine i cui corpi furono bruciati o sotterrati in fretta in fosse comuni. Ascoltiamo il racconto di una signora violentata dai soldati poi riuscita a mettersi in salvo e scappare verso il sud mentre il padre veniva ucciso.  Ascoltiamo Saturnino dire che non se la sente di parlare ma piano piano comincia a raccontare che in quei giorni lavorava nelle piantagioni di caffè a qualche chilometro e saputo del massacro aveva cercato di tornare, ma era potuto entrare solo dopo una decina di giorni per così scoprire che tutta la sua famiglia era stata massacrata. Credo la difficoltà nel parlare venisse dalla sensazione d’impotenza per non aver potuto salvare la famiglia. Tante e tante storie anche quelle non raccontate perché la gente ancora ha paura di farlo. Storie forti che raccontato che la popolazione non appoggiava la guerriglia ma condivideva quel poco che aveva con tutti anche con i militari di istanza. Storia di un attacco preparato dal comando militare ed eseguito dall”‘eroe” della campagna militare Monterrosa Barrios. Storia di un massacro d’innocenti. Storia di violazione dei diritti umani. Con gli esecutori e i mandanti tutti impuniti, ancora in posti di comando in alcuni casi. Su questo punto il direttore del museo è lapidario affermando che gli unici che devono chiedere scusa sono gli Stati Uniti per l’appoggio diretto al governo e ai militari dell’epoca.

Tra tutti i villaggi della zona perché proprio a Perquìn chiediamo. Tra mito e realtà ci dicono perché c’era stato un litigio per una terra e il perdente causa per vendicarsi andò dai militari dicendo che Perquìn fosse piena di guerriglieri. Come in ogni guerra ci sono i delatori, i traditori, i collaboratori e gli eroi. Tra quest’ultimi sicuramente Radio Venceremos, radio ovviamente vietata e perseguitata dalle forze governative senza successo, tanto che costituì uno strumento fondamentale per raccontare quello che succedeva e ottenere il consenso della popolazione a sostegno della guerriglia.

Quindi storie di violazioni gravi non prescrivibili malgrado la prima legge di amnistia ora dichiarata incostituzionale. Perché il governo attuale di sinistra presieduto da Salvador Sanchez Cerèn, uno dei principali comandanti della guerriglia e fondatore del FMLN non è stato più attivo nel condannare i colpevoli? Forse perché il paese sta combattendo un’altra guerra contro le maras e ha bisogno per questo dell’esercito composto dalle stesse persone che compirono i massacri e trent’anni dopo sono salite a posizioni di comando. La realpolitik prevale sulla giustizia lasciando i poveri familiari delle vittime senza la giusta compensazione, fosse anche solo morale.

L’Associazione delle Vittime

Radio Venceremos

 

Il santuario di Perquìn dove incontriamo una giovane suora

Il punto di vista dei militari – GdM2

Il secondo giorno del viaggio della memoria inizia con la visita al museo militare. Obiettivo sentire l’altra campana, quella dei militari. Ci guida il colonnello comandante della base la quale, nota di colore, ospita la papa-mobile comprata per la visita di Giovanni Paolo II che venne negli anni 80 per rendere omaggio a Monsignor Romero, da morto. Agli occhi del papa anti-comunista, l’attivismo sociale e socialista di Monsignor Romero dava meno fastidio da morto che da vivo. Nella sostanza, il rapporto tra i due fu molto freddo e s’incontrarono solo una volta a Roma.  La visita al museo si svolge molto tranquilla, di routine con foto, oggetti, cannoni, fucili di un esercito piccolo e mal ridotto che però vuole giocare nella corte dei grandi partecipando alle missioni di pace ONU in Iraq, in Mali e altri paesi. Poi quasi uno choc. Entriamo nella sala dedicata alle operazioni durante la guerra civile. Racconto semplice e unilaterale da parte del colonnello coadiuvato dalle immagini della sala. Si parla non di guerra civile ma di Campagna militare 1980-1992 con tanto di esaltazione di eroi e figure militari mitiche tra cui il Tenente Colonello Monterrosa Barrios caduto in battaglia per i militari, mentre la versione dei guerriglieri è che abbatterono il suo elicottero lontano dai campi di battaglia. Ma quest’episodio nel museo militare non viene raccontato. Si vedono solo gli attacchi dei “ribelli” e non si rivela nessun’azione o attacco contro la popolazione civile fatto dai militari. Il tutto con la parola d’ordine Patria, Dio e Ordine. Come se fosse una risposta a un attacco da parte di un paese straniero.  Usciamo senza fare praticamente domande. Il punto di vista dell’esercito è molto chiaro.

Segue visita all’ex Casa Presidenziale inserita nel programma perché vicino alla base militare ma senza un legame specifico con il tema di ricostruzione storica della guerra civile tranne il fatto che era la casa del presidente quindi anche di quelli durante la guerra civile. Fu abbandonata dopo il terremoto del 2001 che ne ha minato la stabilità.  Originariamente era un collegio per formare i professori ora è stata ripristinata e usata dalla Presidenza come posto di rappresentanza per quanto sia un edificio molto sobrio, un’elegante costruzione in stile classico centroamericano con ampie balconate e colonne di legno.  Poi senza essere previsto incontriamo un giovane architetto che lavora lì e ci racconta delle sue origini indigene e come sta cercando di recuperare il movimento per il riconoscimento dei diritti degli indigeni tra cui il diritto alla terra. Affrontiamo tutt’altro tema soggiacente alla politica salvadoregna ma completamente ignorato. Negli anni ’30 i regimi militari fecero una pulizia etnica eliminando più 30 mila indigeni per ridistribuire le terre ai produttori di caffè. Secondo il nostro interlocutore c’è ancora il 12% della popolazione indigena pipil, lenca, cacaopera, chorotega e xinca unificati dalla lingua nahuat. Lo 0.2% secondo il censimento ufficiale. Insomma un altro capitolo della propria storia con il quale il paese dovrà fare i conti semmai il movimento indigeno dovesse prendere forza, ma ne dubito.

Visita al muro a commemorazione delle vittime della guerra civile. Sicuramente l’appuntamento più emotivamente coinvolgente.  Ci guida una delle animatrici dell’Associazione delle vittime insieme a una signora che ha perso suo fratello prelevato dalla polizia proprio vicino a dove è stato eretto il muro della commemorazione nel parco Cuscatlán al centro di San Salvador. Una specie di Central Park, certo molto alla lontana.  Ma entrambe le città hanno la loro lunga lista di morti esposta su un muro, però vince il Salvador per numero. 32.000 vittime civili censiti. I militari e i guerriglieri combattenti non entrano in questo conteggio e nel muro. Probabilmente la grande maggioranza sono vittime dei squadroni della morte, della repressione della polizia e della guardia civile. Alla fine i militari erano i più docili, si fa per dire.  Ci raggiungono l’avvocato dell’Associazione e la madre di una delle vittime scomparso a 17 anni. Con la foto in mano ci racconta come sapeva che il figlio era simpatizzante ma non partecipava ad azioni, però fu prelevato e non fece mai più ritorno. Vogliono giustizia e riparazione economica e non solo morale, così dice chiaramente l’avvocato. Tutti molto degni, molto composti malgrado il peso delle emozioni sia evidente. Gli accordi di pace del ‘92 hanno previsto un’amnistia totale ma dopo 25 anni non si trova ancora pace. La corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale quest’amnistia in rispetto al principio dell’universalità e della non prescrizione delle violazioni dei diritti umani e delle libertà individuali. Si discute di una nuova legge in bilico tra chi preferisce l’amnistia per non aprire ferite nel paese e chi vuole assolutamente condannare chi si è macchiato di crimini di guerra e contro la persona. E si vorrebbe arrivarci prima delle celebrazioni dei 25 anni degli accordi di pace del 16 gennaio.

Alla fine della visita vedo Sergio, un collega salvadoregno delle Nazioni Unite e collaboratore del Coordinatore Residente che cerca un nome nella lista dei nomi incisi sulla pietra nera e mi dice: questo è mio fratello morto nell’82, più in là c’è mio cugino morto nell’83. El Salvador è un paese piccolo e tutti hanno un parente, un amico, un vicino ucciso durante la guerra civile. È un problema che riguarda tutti.

 

Il Museo Militare

 

 

Il Muro della Commemorazione delle Vittime Parco Cuscatlàn