El Salvador, grande como su gente

È arrivato il momento di lasciare San Salvador. Nuova meta Panamá, con un piede in Venezuela. Il trasloco è già in camino verso Panamá. Con Giulia e Mattia, ormai un grande ragazzo di cinque mesi, andiamo in aeroporto accompagnati da Nelson con il suo taxi giallo. Nelson è il tassista di fiducia del gruppo di amici di San Salvador. Statura media salvadoregna, corpo solido senza eccedere nel sovrappeso, occhio sveglio, sempre il sorriso sulle labbra. Gentilezza e disponibilità salvadoregna. E un gran chiacchierone. 

Nelle varie corse andata e ritorno dall’aeroporto, abbiamo parlato di tutto in quella mezz’ora di tragitto. Politica: tendenzialmente conservatore quindi elettore di Arena ma attratto dalle “nuove idee” di Bukele. Famiglia: tre figli, due adolescenti, uno più piccolo. Dio sempre presente tra i gracias a diosdios medianteprimero dios e si dios quiere a prologo e chiusura di ogni chiacchierata. Calcio: non lo segue particolarmente ma tra Real Madrid e Barcelona, scelta obbligata di ogni salvadoregno, preferisce la squadra catalana. Economia e società: temi proposti da me per capire come arriva a fine mese e il suo senso di sicurezza sociale. Quanto si affrontano temi economici e di società in El Salvador, la mente subito corre a mara salvatrucchala maralosmareros o las pandillas, quest’ultimo il termine più comune. In tre anni Nelson non ha mai menzionato las pandillas malgrado l’avessi incalzato varie volte. Se la cavava sempre con un sorriso e passava a altro. Tranne in questo ultimo passaggio.

In mezz’ora ci ha spiegato tutto. Come avvengo i contatti con la pandilla. Le loro pretese. Il loro controllo. Le loro minacce. Come ci convive. Andiamo con ordine. Nelson fa parte di un gruppo di dieci tassisti riuniti in una cooperativa informale. La propensione a associarsi in cooperative in El Salvador è molto bassa per motivi storici e per la diffidenza nel prossimo, soprattutto per la questione delle pandillas. Questa cooperativa de facto ha stabilito il suo quartiere generale in una piazza della borghesia di San Salvador, zona Escalón. Lì ogni mattina si incontrano per organizzare la giornata e prendere un caffè in compagnia, servito dai tanti ambulanti che girano con termos gigante caricato sulle spalle a mo’ di zaino e tutto il necessario per servire una brodaglia nera tipicamente americana, arricchita da una quantità spropositata di zucchero. 

Una mattina, di più di dieci anni fa, vengono avvicinati da un giovane che gli fa capire che “loro” stanno seguendo il movimento dei taxi e che, se si mettono d’accordo, non avranno problemi. È una zona controllata dalla Barrio18 o più semplicemente dieciocho. Dice che ripasserà tra qualche giorno dopo aver lasciato alcune istruzioni. Primo, non provare a denunciarlo perché “loro” sanno dove abitano, chi sono i famigliari e quant’altro su ognuno di loro. Secondo, d’ora in poi parleranno con un solo portavoce del gruppo di tassisti quindi devono scegliere chi di loro li rappresenterà. Terzo, tutti i messaggi (oggi via whatsapp) devono essere cancellati immediatamente e tanto meno fatti circolare, neanche tra di loro. Quarto, sono “loro” che si fanno vivi, anche perché cambiano numero di telefono e interlocutore in continuazione. Se seguiranno queste semplici regole di base andrà tutto bene. 

Il primo punto da negoziare è ovviamente la renta, il quantum. Ormai da dieci anni pagano dieci dollari a testa alla settimana. A dire il vero è una responsabilità in solido. Il gruppo deve fornire 100 dollari alla settimana poi internamente si organizzano come vogliono. Tanto che la cooperativa originariamente contava su una quindicina di membri, nel tempo ridotti a dieci. La renta non è cambiata. Ma neanche aumentata. Tranne alcuni bonus una tantum. Nelson si apre completamente e ci sorprende. Prende il telefono e ci mostra l’ultima richiesta, del giorno prima. “Vedete” dice “il nostro rappresentante ci ha girato queste foto per giustificare la richiesta di un aiutino speciale per far fronte a delle spese impreviste.” Nelle foto si vede un marero conciato male, probabilmente il risultato di una rissa. Occhio nero, escoriazioni varie per cui ha bisogno di cure mediche per rimettersi. Quindi cosa c’è di più normale che chiedere aiuto ai suoi “clienti”. Senza eccedere nelle richieste. Solo un aiuto di 100 dollari in più questa settimana. “E voi che farete?” chiedo. Nelson dice che pagheranno come sempre. Poi loda le capacità del loro rappresentante-negoziatore che nel corso degli anni ha saputo calmierare la renta e limitare queste richieste extra. Effettivamente è veramente incredibile come mantengano una quasi normale relazione commerciale dove la mara vende il suo servizio di protezione… protezione da loro stessi. E sono arrivati a un punto di equilibrio sul “prezzo” pattuito. Paradossale, ma il racket funziona cosi in tutto il mondo. 

Però in El Salvador questo racket è una cosa da poveri, che colpisce i poveri da parte di un manipolo di ragazzi ancora più poveri. Reclutati giovanissimi, normalmente tra i dodici e i quindici anni, cominciano con piccoli incarichi fino all’evento dell’iniziazione: prima farsi picchiare dal tuo gruppo di appartenenza, a sangue.  Se dimostri di valere ottieni la promozione e l’ultima prova di ammissione nel gruppo. Ammazzare qualcuno. Diventi uno che conta e puoi tatuarti i simboli di appartenenza: la sigla della mara e una goccia per ogni esecuzione compiuta, da tatuarsi preferibilmente in faccia, ben visibile. Più cresci nella gerarchia sociale, più guadagni prestigio, più vivi in roccaforti al centro della comunità ben protette dai tuoi subordinati. Ma il lusso non arriva con la promozione. Continui a vivere con guadagni miseri per una vita ancora più misera. Solo il prestigio e il senso di appartenenza ti gratificano, con il sentimento di vivere una vita che conti, anche se di solito finisce o molto presto ammazzato o in un carcere. Per certi aspetti la prima opzione sembra più attraente della seconda.

Chiedo a Nelson perché collettivamente non denunciano i mareros che chiedono loro la renta. Dopo vari sorrisi imbarazzati spiega che il rischio è troppo alto e tutto sommato il lavoro gli consente di pagare la renta. Meglio pagare un po’ e continuare a lavorare tranquillamente senza problemi per lui e soprattutto per la famiglia. Perchè la mara sa bene quale leva utilizzare: la famiglia appunto. Ogni richiesta viene sempre accompagnata con una potenziale minaccia a un famigliare, dopo un accurato studio su facebook e instagram per capire parentele e abitudini. I salvadoregni sanno bene cosa vuol dire esporsi pubblicamente attraverso i media sociali e come può diventare molto pericoloso.

Però quello che mi sorprende di più di questa mezz’ora di confessione è che Nelson abbia mostrato le foto del marero malconcio violando due regole di sicurezza. La prima, di gran lunga la più rischiosa: avere le foto salvate sul suo telefonino. Niente di più facile che un marero della cricca che li estorce, passando una delle mattine alla piazza per dare il consueto salutino chieda di vedere il telefonino. Un controllo-sorpresa da ispettore del lavoro in funzione. Una sentenza di morte per il contravventore o un suo caro. La seconda regola disattesa: che abbia mostrato le foto a qualcuno. Ma in fondo è la nostra ultima corsa. Siamo stranieri che traslocano, che vanno oltre, senza lasciare tracce, senza possibilità di utilizzare questa informazione. Senza dubbio Nelson si fidava anche prima ma meglio aspettare l’ultimo passaggio per svelare i segreti del paese. Prima, anche con Nelson, abbiamo scoperto un Salvador bellissimo, accogliente, colorato, variegato seppur piccolo, il più piccolo di tutto il continente americano ma, come recita lo slogan del paese, “grande come la sua gente”.

Uberando tra Panamá e San Salvador

Periodo di fine settimana San Salvador-Panamá-San Salvador prendendo Uber per andare e tornare dall’aeroporto. Trenta minuti di corsa, spesa tra i 18 e 25 dollari. A Panamá la scelta di Uber è obbligata per il rapporto costo-qualità. L’autista di fiducia che orbita tra i colleghi di ufficio ne chiede 35-40 e per questo lo utilizziamo solo per i trasporti voluminosi, stipando tutto nel suo pick-up. Mitici sono stati il mini-trasloco portando la bicicletta avanti indietro e il trasferimento definitivo da San Salvador a Panamá con tanto di bicicletta e tavola da SUP di tre metri di lungo, cinque valigie e passeggino di Mattia. L’altra opzione dei taxi ufficiali gialli è assolutamente inaffidabile con prezzi aleatori e automobili improbabile dove uno si chiede come facciano a avanzare. 

Ci sono due categorie di autisti di Uber a Panamá. Chi lo fa per mestiere, a tempo pieno. Chi lo fa per arrotondare lo stipendio per arrivare a fine mese. Si capisce abbastanza rapidamente la categoria accertando quanto l’autista abbia voglia di parlare. Chi lo fa come secondo lavoro è più propenso a chiacchierare. Per rompere il ghiaccio si parla del tempo oppure di come va il business. Quindi si passa al calcio o alla politica. Poi se l’autista è un uomo, si può terminare cercando di stabilire in quale paese le donne sono più belle, memore degli insegnamenti del mio amico Bruno, grande viaggiatore, che mi disse che se parli di tempo, calcio o donne troverai sempre un argomento ovunque nel mondo. 

Il tema del momento prevale comunque. Come prima e durante i Mondiali 2018, il tema del calcio era d’obbligo, visto che la nazionale di Panamá si era qualificata per la prima volta a una fase finale dei Mondiali. Prima che cominciassero, molti vedevano Panamá se non proprio in finale almeno al turno successivo. È finito con tre sconfitte tutto sommato onorevoli contro Belgio (0-3), Inghilterra (1-6) e Tunisia (1-2). Però rimane memorabile il momento in cui sotto di sei reti contro gli inglesi al 78’ i rossi di Panamá segnano il loro primo gol nei Mondiali. I molti tifosi panamensi arrivati fino in Russia festeggiano sugli spalti come se avessero vinto il Mondiale. D’altro canto, il calcio è talmente popolare che quando si sono qualificati in modo rocambolesco in zona Cesarini, grazie alla combinazione della sconfitta degli Stati Uniti contro Trinidad e Tobago e gol molto dubbio a favore di Panamá per battere il Costa Rica, il Presidente di Panamá alle due della notte stessa dichiara due giorni di festa nazionale.  Visti i fiumi di alcol che accompagnano i festeggiamenti pochi si sarebbero presentati al lavoro il giorno dopo. E il fatto che avessero vinto ai danni dell’ex “colone” statunitense ha mandato alle stelle l’orgoglio nazionale.

L’altro tema forte è stato quello politico delle elezioni presidenziali di maggio 2019. Un giorno mi da il passaggio un signore distinto molto articolato che subito mi chiede che cosa faccio a Panamá. Passa a raccontarmi del suo passato da ingegnere sulle piattaforme in giro per il mondo. Quindi, ormai pensionato, ha messo su questo piccolo business con Uber con cinque macchine non per guadagnare soldi ma per raccogliere le firme necessarie per presentarsi alle elezioni presidenziali e finanziare la sua campagna elettorale. Il suo ragionamento era cristallino: in trenta minuti puoi convincere qualcuno a darti la fiducia. Ma aveva anche un piano B perché, mi spiegò, se non fosse riuscito a raccogliere le firme necessarie avrebbe dirottato il suo pacchetto di consenso verso il candidato che sicuramente avrebbe vinto. Il nuovo Presidente, riconoscente, lo avrebbe ricompensato con un posto di ambasciatore in una simpatica capitale, europea di preferenza. Era tutto calcolato insomma. Spero avesse anche un piano C, perché il suo candidato forte non ce l’ha fatta. 

Il nostro-futuro-candidato-presidente-ma-forse-ambasciatore è uno dei tanti autisti di Uber che lo fanno come secondo lavoro. Dalla casalinga che cerca un po’ di autonomia economica, al responsabile di una piccola fabbrica di bevande gasate che non riusciva più a combattere la supremazia dei grandi marchi e anticipava la imminente disoccupazione. Dalla segretaria di uno studio di avvocati al tecnico specializzato nella impermeabilizzazione dei grattacieli perché la speculazione edilizia tira su grattacieli che poi fanno acqua da tutte le parti, nel vero senso del termine. Tutti, professionisti o saltuari, si danno l’obiettivo di 100 dollari netti al giorno da racimolare con Uber. La vita non è facile a Panamá, paese dai grandi contrasti e marcate ineguaglianze.

My name is Mattia.

My name is Mattia. Mattia without an ‘h’ like in English, without a Spanish final ‘s’ but with double ‘t’ Italian way. Because my mom Giulia, Giu not with ‘J’, is Italian and my dad Marco, without final ‘s’, is also Italian as well as French. Since I was born in Panama it seems like I can have three nationalities Italian, Frenchie and Panamanian. So, I’m European and Central American but I prefer to consider myself citizen of the world.

I was born on the 7th of March, under the auspices of the Pisces like Albert Einstein, Steve Jobs and Justin Bieber…. oh well… you tell me who you prefer because I know none…but I see you’re giggling on the latter…

While coming out of my mum, I heard Jack Johnson’s Island style song, great Hawaiian twist. I have the feeling that I will like this thing you call ocean!

Everybody says I’m a big boy 54 centimeters for 4.2 kilos. Indeed, the bracelet name tad doesn’t fit my wrist. Yes, a big hungry boy!

My name comes from biblical Hebrew Mattanyahu, which became Mattaniah in the bible. The name appears in the new testament as the apostle chosen to replace the traitor Judas Iscariot… oh well… Eventually, it means Gift of God.

My name is Mattia Selva Baldi.

La Carovana dei migranti vista da dentro.

Che rabbia vedere quel pagliaccio di Trump fare i suoi show elettorali dove brandisce la minaccia dell’invasione dal sud di migliaia e migliaia di cattivi di ogni specie da Honduras, El Salvador e Guatemala. Sentirgli dire questi poveracci portano le peggiori malattie compreso quelle debellate come la scabbia e la lebbra. Affermare che nascondo anche i peggiori terroristi islamici. Terroristi islamici in centroamerica? Insomma un grande frullato di persone nella testa confusa del cosiddetto-presidente-con-la-p-minuscola. Quindi schierare l’esercito di 15.000 soldati, il doppio dei soldati americani in Afghanistan. Soldati con l’ordine di sparare per rispondere al lancio delle pietre, un ordine-annuncio ovviamente non eseguibile perché la Carovana deve ancora attraversare due frontiere. Soldati usati per costruire il famoso muro però fatto di persone; ha detto proprio cosi il cosiddetto-presidente visto che quello fatto di mattoni è impensabile (e inutile). Poi minacciare di sospendere gli aiuti ai tre governi del triangulo norte centroamericano, esattamente il contrario di quello che una mente normale penserebbe di “aiutiamoli a casa loro” per evitare che vengano a bussare alla frontiera. È ovvio il motivo elettorale di queste sparate. Dopo le mid-term la carovana svanirà inafferrabile, come al risveglio di un incubo mentre, nella realtà, migliaia di persone continueranno a inseguire il sogno americano in un’illusione individuale e non più collettiva. Nell’arco di un anno si stimano a più di 130 mila i migranti da El Salvador, Guatemala e Honduras verso gli Stati Uniti. Questo da la dimensione della sparata del cosiddetto-presidente-con-la-p-minuscola perché a dir tanto la carovana o meglio le varie carovane non superano insieme le 4 mila persone.

La Carovana si è formata in Honduras fomentata da un leader dell’opposizione, l’unico fermato alla frontiera con il Guatemala mentre la Carovana ha continuato a inseguire il suo sogno. Perché i governi da dove partono, legalmente non la possono fermare una processione pacifica. Se hai un passaporto e non hai commesso reati, hai il diritto di lasciare il paese. Hai il diritto di migrare. Altra cosa è che il paese di destinazione ti accetti. Visto la carovana honduregna, i salvadoregni e i guatemaltechi si sono messi in marcia anche loro. Nata spontaneamente con il passaparola su Facebook e Instagram forse. Ma sicuramente aiutata dalle organizzazioni criminali della migrazione che speculano sui sogni dei poveri. I coyotes hanno colto immediatamente l’affare con un nuovo segmento di mercato da conquistare. La fetta dei più poveri dei poveri.

Un passaggio normale dal centroamerica destino USA costa mediamente dagli sette ai dieci mila dollari, metà subito, il saldo all’arrivo o al presunto tale. La famiglia si indebita, si impegna a pagare. il coyote dopo sei mesi viene a riscuotere anche se del migrante si sono perdute le tracce, cosa che avviene una volta su tre. Ed è difficile dire di no al coyote che pretende il suo avere. I suoi argomenti sono molto convincenti, generalmente esposti attraverso una pistola calibro 12. Quindi altra richiesta di prestito allo strozzino della porta a fianco. La spirale di violenza e povertà si alimenta anche della migrazione. Intanto gli agognati soldi delle rimesse non arrivano. Mediamente la famiglia deve aspettare due anni per andare dal agente della Western Union per ritirare i soldi sudati oltre cortina dal migrante. Un “rendita” di cento forse duecento dollari mensili che statisticamente dura non più di sette o dieci anni poiché l’emigrato comincia la propria vita, un’altra vita, lontana dove i legami con il passato si affievoliscono. Ma questo è già un finale di successo. Magari utilizzando tutti e tre i tentativi generosamente concessi dal coyote. Si perché il “contratto” con il coyote prevede un pacchetto di tre tentativi. Ma solo la metà arriva alla meta dopo uno, forse due ma molto raramente dopo tre. C’è chi viene fermato alla frontiera. Chi viene assalito dalle varie gangs del Guatemala e del Messico come la feroce Zeta. Chi viene rapita e schiavizzata nel giro della prostituzione. Chi viene stritolato dalle ruote della “Bestia”, il treno merci che attraversa il Messico, cercando di saltare sopra il treno in marcia per un comodo viaggio di una settimana tra gli agguati della polizia e delle gangs. Chi semplicemente finisce il sogno per stento. Chi invece rinuncia perché non aveva idea delle difficoltà, delle frontiere, dei controlli, degli affaristi, dei pericoli ma soprattutto della distanza fisica che separa il loro villaggio dal sogno americano.

I coyote sfruttano l’ignoranza dei più poveri dei poveri, la loro disperazione. E hanno fiutato l’affare di promettere un viaggio collettivo spacciato per più sicuro e con maggiore probabilità di successo al prezzo stracciatissimo di seicento o mille dollari al massimo, vito, alloggio e simpatica compagnia inclusa. Un po’ come una gita organizzata in pullman al santuario di Padre Pio da San Giovanni Rotondo tutto incluso con tanto di offerte di meravigliosi set completi di pentole, piatti e bicchieri per solo 9,90 euro, lor signore e signori, da pagare in 36 comodo rate mensili.

Il migrante ha la pistola vera o economica puntata nella schiena e non ha più nulla da perdere e preferisce lasciarsi scivolare nel sogno-miraggio. Difficile per i governi senza risorse e con economie deboli offrire alternative. Nella risposta per arginare la Carovana, parlando con il governo ho potuto misurare la loro impotenza. I governi lanciano appelli di non mettersi in marcia, stretti tra la necessità di rispettare il diritto di chi si sta muovendo pacificamente e di dover assistere chi sta vivendo un’emergenza umanitaria senza che appaia un incentivo a migrare. Quasi un esodo con tanto di appoggio pubblico. Intanto i migranti avanzano lentamente, il cosiddetto-presidente-con-la-p-minuscola continua le sue sparate sull’invasione. E i soldati gringos aspettano un’invasione che non arriverà mai.

Santo Oscar Arnulfo Romero

14 ottobre 2018, una data storica per El Salvador. Monseñor Romero, salvadoregno, è canonizzato da Papa Francisco, argentino. Santo Oscar Arnulfo Romero Galdámez da San Miguel, El Salvador. Affare di un continente, portata mondiale. Un atto dovuto per un paese che porta nel suo stesso nome la cristianità. Ovviamente il primo santo salvadoregno.

Monsignore degli indifesi, una voce contro gli eccessi della guerra civile degli anni ’80. Molto simile a papa Francesco che lo ha voluto santo. Molto lontano da papa Giovanni Paolo secondo, il quale non è voluto andarlo a trovare malgrado il suo girovagare per il mondo, perché lo considerava troppo vicino alla guerriglia, ai comunisti.

In realtà una voce libera che non accettava che il suo popolo si trucidasse reciprocamente in una guerra civile della tarda guerra fredda. Ma i militari salvadoregni la pensavano diversamente e non gli piacevano i continui richiami di Romero al rispetto dei diritti umani. Lo assassinarono mentre dava messa un pomeriggio del marzo 1981. (vedi mio articolo). Qualche anno dopo, il mandante Roberto d’Aubuisson fonderà il partito conservatore di destra, Arena, che sarà al potere nell’immediato post-guerra.

Dopo trentasette anni, per la chiesa cattolica romana apostolica la statura immensa di Romero non si mette più in discussione. E neanche per la grande maggioranza dei salvadoregni. Solo una piccola minoranza ultra-conservatrice e militarista che ancora lo considera una figura pericolosa del comunismo. Ma per tutti gli altri è Santo Oscar Romero, e non più solo il nome dell’aeroporto internazionale de El Salvador.

Testimonianze e segni per onorare questo grande personaggio sono ovunque nel paese.

Y sin embargo, amor. (per te Flavia)

per te Flavia, in ricordo del quattordici settembre di tre anni fa.

Y sin embargo, amor, a través de las lágrimas,
yo sabía que al fin iba a quedarme
desnudo en la ribera de la risa.

Aquí,
hoy,
digo:
siempre recordaré tu desnudez en mis manos,
tu olor a disfrutada madera de sándalo
clavada junto al sol de la mañana;
tu risa de muchacha,
o de arroyo,
o de pájaro;
tus manos largas y amantes
como un lirio traidor a sus antiguos colores;
tu voz,
tus ojos,
lo de abarcable en ti que entre mis pasos
pensaba sostener con las palabras.

Pero ya no habrá tiempo de llorar.

Ha terminado
la hora de la ceniza para mi corazón.

Hace frío sin ti,
pero se vive.

di Roque Dalton (San Salvador, 1935 – 1975)

Roque Dalton, Poeta Meretìsimo, è considerato il più grande poeta salvadoregno, tra i più grandi centroamericani. Personaggio irriverente, caustico, stile diretto, vita boema. Comunista preferì l’azione della guerrilla piuttosto che il comodo ruolo di intellettuale che i suoi del partito vollero per forza dargli.

Un ribelle tra i ribelli. Ma gli costerà la vita. Fatto fuori dai propri compagni dopo una campagna denigratoria che lo tacciava come agente della CIA. Tutto montato ad arte per farlo fuori. E quello che eseguì l’esecuzione adesso lavora per il governo. E mi ha fatto impressione stringergli la mano, forse proprio quella che ha premuto il grilletto per mettere a tacere la voce forte e chiara di Roque Dalton.

Murale al Mercado Cuscatlan di San Salvador in onore di Roque Dalton e disegnato da Cristian Lopez giovane artista salvadoregno.

Somiglianze dominicane

In cinque mesi sono stato paragonato nell’ordine: a Superman, a Burt Lancaster e due volte a Paul McCartney. Da persone che ho incontrato o da semplici passanti per la strada. È un classico: le persone della stessa razza (bianca in questo caso) si somigliano tutte viste dalle persone di un’altra razza (nera). La cosa funziona cosi in entrambi i sensi poi con il tempo l’attenzione ai dettagli si affina. La somiglianza con Superman mi onora. Visto che posso scegliere tra 11 attori interpreti del ruolo, scelgo il mitico Christopher Reeve anche se probabilmente mi avranno probabilmente visto come una copia venuta male di Tom Welling.

Molto più stravagante il commento-somiglianza con il vecchio Burt. Ammetto che ho dovuto googolare per controllare le fattezze del cow-boy attore. L’apparentamento è stato fatto da un anziano ospite di un centro di accoglienza in una scuola di Roseau. 79 anni, pochi denti, sguardo sveglio e mente ancora molto lucida. Bisogna convincerlo, insieme ad un’altra ventina di ospiti dell’edificio scolastico, a spostarsi per permettere agli studenti di tornare a scuola. Dopo una discussione animata riusciamo a rassicurarlo che il governo, con il sostegno delle organizzazioni internazionali, troverà una sistemazione adeguata che gli permetta una vita decente. Quando la tensione si abbassa al momento dei saluti mi dice “e poi tu assomigli a Burt Lancaster, mi posso fidare di te” e giù grandi abbracci e pacche sulle spalle. Operatori umanitari non siamo né missionari volontari né tanto meno Superman o cow-boy però un piccolo riconoscimento per il lavoro fatto fa indubbiamente piacere. Cosi lascio Dominica con la sensazione di aver compiuto qualcosa per delle persone meravigliose, pacifiche e che combattono la lotta giornaliera di sopravvivenza individuale e collettiva arrampicati in un piccolo scoglio in mezzo all’oceano atlantico.

  

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Loubière, Parish of Saint George, Dominica

Un sabato mattina decido di prendermi qualche ora per uscire dalla routine casa-ufficio e decido di andare a fotografare la forza devastatrice dell’uragano. Correndo la mattina partendo da casa raggiungevo Loubière, un piccolo villaggio cinque chilometri a sud di Roseau che si sviluppa ai margini di un fiume. Mi aveva colpito il livello di distruzione. Scopro essere anche il villaggio dove vive il nostro autista Dwight, il quale mi ha raccontato ancora sotto choc come tra i dispersi di Maria ci fosse il suo miglior amico-vicino con la moglie. Verso le sette di sera quando l’uragano cominciò a salire di intensità e con esso il fiume che si gonfiava aveva detto all’amico di rifugiarsi a casa sua, più alta sul fiume. Avevano letteralmente messo in salvo tutta la famiglia con le tue bimbe piccole tirandoli fuori con cime. Poi nell’occhio del ciclone l’amico e la moglie avevano deciso di tornare a casa per prendere delle cose. Non hanno mai più ritrovato i loro corpi. Maria ha colpito Dominica per otto dalle nove di sera alle cinque del mattino. Una nottata d’inferno.

Armato della mia Leica vado quindi a fotografare la chiesa devastata, la casa distrutta (che poi scoprirò essere quella dell’amico di Dwight), al ponte spazzato via. Un po’ più in là dalla casa vicino al ponte mi invita ad entrare in casa un signore, capelli lunghi con le trecce e barba lunga anche quella con le trecce. Un vero rastafarian, come tanti sull’isola. Mi fa vedere la casa distrutta. Mi mostra dove si sono rifugiati al piano di sopra per sfuggire al fiume mentre il tetto volava via. E parliamo per due ore. Sul perché è successo, sul cambio climatico. Sulla ricostruzione, su quello che deve fare la gente. Su quello che fanno i politici. Sull’importanza degli aiuti. Sul fatto che bisogna rispettare la natura e che eventi naturali di questa forza sono un segnale affinché la rispettiamo più. Sulla necessità di ricostruire bene e che seguirà le istruzioni degli esperti e del governo perché anche se costerà di più è sempre meglio che perdere tutto. Sull’idea di business di vendere erbe curative ai turisti perché bisogna vivere in armonia con la natura. Sul fatto che pretendiamo troppo dalla madre terra mentre ci potremmo accontentare di poco. Il fratello si aggrega alla discussione. Tiene un bel cannone in mano alle nove del mattino! però ha un sguardo magnetico con degli occhi chiari che contrastano la pelle più scura. Sono entrambi lucidissimi e simpaticissimi, i fratelli Albert e Anthony Joseph. Il maggiore Albert mi mostra orgoglioso le foto della sua carriera di cuoco sulle navi da crociera. Fiero nella sua elegante divisa quasi sembra un ufficiale di marina. Dopo 30 anni di lavoro aveva raggiunto il grado più alto capo-cuoco. Ora in pensione con il sorriso con pochi denti rimasti ma tante idee. Maria ha piegato lui e suo fratello ma non li abbattuti. I fratelli Joseph sono pronti a ricominciare da capo. Hanno perso tutto tranne la voglia di vivere, in armonia con la natura.

Qualche mese dopo, di ritorno a Dominica per la valutazione del progetto, incontro Albert in una riunione con una decina di beneficiari dell’assistenza. Il suo aspetto rastafarian contrasta con gli altri e attira l’attenzione. Prende la parola per ultimo. Con voce calma ma profonda spiega che i soldi ricevuto sono importanti ma meno del sostegno psicologico e del sapere che la gente di Dominica non è stata abbandonata. Poi comincia a raccontare, costruendo la storia in un cresecendo, che ogni mattina vedeva un tipo correre fino al ponte vicino a casa sua. Scambio di sguardi e di saluti veloci. Poi un giorno il tipo si ferma li a fare foto e lo invita in casa e cominciano a parlare per tanto tempo, di tutto. Lo scambio umano è quello che conta, dice. Tutti i partecipanti alla riunione, compreso il mio capo basato a Panamá, si chiedono dove Albert vuole andare a parare. E da consumato attore si alza dicendo che questo tipo è qui oggi e lo voglio salutare e ringraziare. Si alza e ci abbracciamo. Un personaggio unico Albert che saluto con gesto rastafarian, pugno chiuso e due colpi sul cuore in segno di riconoscimento!

 

 

 

 

 

Il Carnevale nel Caribe

Si arriva sempre in un posto nuovo con il proprio bagaglio e riflessi culturali. Dominica è un paese molto religioso, cristiano prevalentemente protestante, con minoranze evangeliche ma anche cattoliche. Infatti per l’emergenza in proporzione alla dimensione del paese si sono ritrovate molte ONG con forte connotazione religiosa da quelle cristiane occidentali, ai testimoni di Geova fino a un ONG israeliana molto attiva. Manca all’appello un’organizzazione musulmana malgrado ci sia una comunità islamica abbastante importante. Quindi per natale e capodanno mi aspettavo grandi festeggiamenti. Grande delusione invece! Da buon paese cristiano il natale di Cristo si festeggia con messa di mezzanotte, giornata in famiglia, pochi regali e qualche fuoco di artificio. Il capodanno zero! Un giorno qualsiasi dell’anno. Si va a dormire come di consueto alle dieci di sera (come in tanti paesi tropicali dove fa buio alle sei ci si sveglia presto e si va a letto presto). Capodanno esiste solo perché segna l’avvicinarsi del vero, atteso evento annuale: il Carnevale. Che si comincia a festeggiare un mese prima quindi già a gennaio. Però in Dominica nulla è proprio “normale”.

Un venerdì vado tranquillo verso mezzanotte quando in piena notte vengo svegliato da musica da discoteca a tutto volume tanto da far sembrare che la musica venga dalla casa a fianco alla mia stanza. Sono le quattro del mattino e mi affaccio al balcone. Vedo gente per strada che fa la fila per entrare in un locale dall’altra parte del campo di calcio che sta al lato della palazzina dove vivo. La festa va avanti fino alle sei e poi smette. Il giorno seguendo mi dicono che per un mese fino a carnevale ci saranno feste, quasi un allenamento per arrivare preparati al grande Evento. E ci prepara dalle quattro alle sei del mattino con musica sparata a migliaia di decibel che si espande in tutto il quartiere. Le serate successive, visto che era impossibile dormire, decido di partecipare e vederlo dal vivo. La serata è un deejay che suona cover cantandoci sopra, arrangiando musica disco ma senza trascinare veramente il pubblico a ballare che infatti balla poco. La musica ad alto volume è comunque una tradizione di Dominica. Generalmente sparata da casse mostruose montate nei bagagliai delle macchine. I venerdì sera, unico vero giorno di festa della settimana, tutti i giovani dell’isola si riversano nella capitale girando più volte in macchina per le due strade principali con musica a tutto volume, facendo concorrenza con i decibel dei tre locali principali con le casse rivolte in strada. Un’accozzaglia di suoni annaffiata da rum artigianale.

La preparazione verso il grande evento prevede anche un festival della canzone, che ho la possibilità di seguire dal vivo, visto che si svolge sul campo di calcio vicino casa. Ogni sabato per quasi due mesi una sessantina di concorrenti si affrontano fino ad arrivare a una selezione dei dieci migliori per la grande finale. È il Calypso, un vero e proprio Sanremo della Dominica. I cantanti devono presentare inediti e vengono valutati da una giura di specialisti, in base al testo, la musica e la presentazione artistica. Per un mese le radio passano a ripetizioni le nuove canzoni, trasmissioni intere ne fanno la critica, prevedono finalisti e vincitore, tutti ne parlano per strada facendo il tifo e aspettando la finale. Che si svolge il sabato prima del giovedì grasso dalle sette a mezzanotte, quest’anno sotto una pioggia ininterrotta tanto che il pubblico immobile affonda nel fango. Nessuno balla perché alla fine la parte più importante è il testo. La musica va in secondo piano e tutti ascoltano attentamente i testi a volte ironici, a volte di denuncia politica. In un paese cosi piccolo dove tutti si conoscono, dove il primo ministro conosce per nome tutti, la loro vita (e la loro preferenza politica), il Calypso diventa l’espressione politica di opposizione e di denuncia più importante. Quest’anno il tema ricorrente era ovviamente Maria e come venissero spesi i soldi degli aiuti e della ricostruzione. Quest’anno the King of Calypso è stato Bobb con una canzone-denuncia sulla libertà di espressione del Calypso. Buon musicista Bobb, eclettico, che ho conosciuto perché ha fotografato i nostri eventi, è riuscito a vincere dopo tanti tentativi. E’ diventato personaggio dominicano dell’anno.

Finito il Calypso, arriva finalmente il Carnevale. La giornata clou è il martedì grasso. Però i festeggiamenti cominciano già il lunedì, ovviamente alle 4 del mattino. Concerto a tutto volume, stessa musica, stesso schema delle feste preparatorie con deejay che suona cover e canta. Però questa volta non ci si ferma alle sei del mattino ma si va ad oltranza. Il perfetto partecipante del Carnevale ci arriva preparato, molto idratato, abbigliamento da festa, scarpe da fango e soprattutto zainetto tipo ultra-marathoner con porta liquido incorporato e tubicino per un’idratazione continua, acqua o rum che sia. Per due giorni, entrambi festa nazionale, tutta l’isola viene travolta da un turbinio di gente che avanza in una processione con musica a tutto volume procedendo in un unico movimento in piccoli passi uno-due, uno-due a ritmo di Suka. Il Suka, il ballo dal richiamo sessuale esplicito. La dama si pone davanti al suo cavaliere porgendo il proprio fondo schiena ben appoggiato alla zona inguinale maschile. La dama poi fa scendere lentamente il suo busto fino a novanta gradi, mentre il cavaliere rimane inerme (e per quanto possibile impassibile). E avanzano, uno-due, uno-due. La dama può rimanere con lo stesso cavaliere oppure scegliere di appoggiare il suo fondo schiena contro un altro cavaliere. Cosi come il cavaliere può scegliere di offrire il proprio inguine a un’altra dama. E cosi via uno-due, uno-due, tutto il giorno in un turbinio di gente, sotto la pioggia battente o sotto il sole cocente fino a notte. Il martedì, giornata finale, si ricomincia solo che questa volta con la parata dei carri e la ricchezza dei travestimenti. E un tasso alcolico molto più alto. Tutto sommato, malgrado musica e alcol inebrianti il grande ballo di massa si svolge senza grandi incidenti. Al minimo segnale di violenza, la processione e la musica vengono fermati finché ritorna la calma. Tutto è permesso al Carnevale, grande valvola di sfogo dell’isola, senza gli eccessi violenti di altri paesi. Tanto che Dominica è tra i paesi meno violenti dei paesi caraibici, che contano 15 dei primi 25 paesi con il maggior numeri di morti ammazzati al mondo. Il paradiso da cartolina non è sempre cosi paradisiaco per chi ci vive tutto l’anno.