"Caminando y caminando por el mundo se irá consolando de a poco y un día, cuando ya no pueda dar un paso más de fatiga, se dará cuenta de que no se puede escapar del dolor; hay que domesticarlo, para que no moleste." Isabela Allende, La isla abajo del mar.
Dieci Anni, sono tanti. Ogni giorno viviamo qualcosa in più, facciamo un passo in più nel cammino della vita. Tu ci sei sempre anche se non sei.
Ma Dieci Anni, sono un attimo. Una frazione di tempo, come la frazione quando sei voluta volare via, Dieci Anni fa. Il tuo corpo si era fatto troppo pesante. Allora hai preso il volo con il tuo sorriso immenso, il tuo sguardo blu così profondo, la tua mente acuta e le tue manine mai ferme, sempre in cerca di qualcosa. Per costruire la tua vita, troppo breve ma tanto grande.
Mi manchi Flavia, amore mio. Come posso raccontarti Dieci Anni? E come posso raccontare tredici anni vissuti insieme intensamente? Vorrei ricordare ogni ora, ogni minuto, ogni secondo di questi tredici anni. Vorrei raccontare ogni ora, ogni minuto, ogni secondo di questi Dieci Anni.
Allora ho scelto Dieci foto per Dieci Anni. Per raccontare a tutti la tua immensa gioia di vivere. Sono solo una frazione del tuo meraviglioso tempo passato con noi. Non renderò mai giustizia ai tuoi insegnamenti dall’alto del tuo corpo minuto che racchiudeva tante passioni. Ecco Dieci Anni raccontati attraverso le tue passioni.
Un bacio, Amore mio.
Papà.
Dieci foto per Dieci Anni: Le tue passioni, la tua vita
Un iPhone per bloggare e trasmettere i tuoi pensieri.
La Camargue, luogo magico dove esprimevi la tua libertà di volare.
L’adrenalina di una gara, quanto ti piaceva!
La connessione con Eco, una simbiosi per vivere la tua passione.
Ah Mika che amore!
Dea compagna di giochi, compagna di vita.
La famiglia e la tradizione di un mondo con il cavallo al centro.
La costrizione di una parrucca che vivevi con gioia e ironia.
La connessione con la natura, gli alberi, il mare, il cielo.
I tuoi scritti, le tue storie, firmate con una penna all’inchiostro colmo della tua fantasia.
L’America del Nord guarda all’America del Sud che guarda al sogno americano (del nord). Mille storie di migrazioni e di amicizie. In questi ultimi anni il potere attuale flirta con il blocco antistatunitense — antiamericano non si può dire, come si direbbe più facilmente in italiano, perché non la prendono bene al sud perché si sentono tutti americani.
In tutti i paesi dell’America Latina, l’Ambasciata con la A è sottintesa l’ambasciata degli Stati Uniti. Ma a Caracas in realtà le feluche di riferimento sono quelle russe e cinesi in contrapposizione a quella statunitense in esilio a Bogotà. Se sarà solo un passaggio della storia solo la Storia ce lo dirà. Ma i legami sentimentali del popolo americano, inteso come un unico continente dall’Artico alla terra del fuoco, sono più forti delle alleanze opportunistiche dei governi.
Con Giulia abbiamo avuto la fortuna di partecipare alla celebrazione dei 100 anni di Chevron in Venezuela. Una super produzione teatrale per una serata unica con un messaggio semplice ma chiaro rivolto al governo attuale: capiamo che in questo momento guardiate agli amichetti cinesi e russi, ma dai i veri amici siamo noi americani che abbiamo estratto il vostro petrolio, vi abbiamo dato le macchine, abbiamo ispirato il modello politico e costituzionale e siamo il modello di riferimento per un vita ideale, democratica e prospera. Siamo amici e saremo sempre amici al di là delle divergenze ideologiche. Dai intanto dateci accesso al vostro petrolio…
Insomma, anche se i due blocchi nordamericano e sud-latino parlano due lingue diverse, le espressioni statunitense si sono infiltrate nel vocabolario venezuelano. Così partner è diventato pana o meglio mi pana, amico mio, compagno mio. Ancora più onomatopeico è guachiman, guardiano, custode, semplicemente nato dal “watchman” gringo. Poi i popcorn in Venezuela diventano cotufa dall’inglese”corn to fry”. Un classico di un adattamento fonologico viene ancora dal campo culinario, con i “pancakes” che sono panquecas. Poi se qualcuno ti ignora di sta chifeando dal verbo “shift”.
Bellissima è anche l’espressione echarse un camarón, fare una siesta rapida, che viene dalla fonetica “I’ll come around”, suona comaround per diventare camarón. L’origine verrebbe dalla pratica dei dirigenti nordamericani che, nel caldo tropicale dei campi petroliferi di Maracaibo nel Zulia, sparivano per un riposino postprandiale dicendo che andavo a farsi un giretto.
Si Maracaibo, proprio la stessa mitica Maracaibo della canzone di Lu Colombo,
Maracaibo, finito il barracuda, finito ballar nuda, Zaza.
Un gran salotto ventitrè mulatte
Danzan come matte casa di piaceri per stranieri
Centotrentachili splendida regina
Rhum e cocaina, Zaza.
Non potevano poi mancare parole o espressioni che provengono dallo sport nazionale il béisbol, ovviamente importato dagli Stati Uniti. La migliore, echarle pichón che significa sforzarsi o darsi animo e viene da “to pitch”, l’azione e il ruolo più significativo nel baseball. E già, il baseball, lo sport veramente sentito da tutti, molto più del calcio. La Vinotinto, la nazionale venezuelana con la divisa amaranto (come la Reggiana! Cit. famigliare), non si è mai, ad oggi, qualificata per un mondiale. Il tifo allo stadio, i derby quelli veri, le rivalità storiche sono tutte nel baseball, tra i Tigres de Aragua e i Navegantes del Magallanes (“Il classico dell’autostrada”), i Tiburones de la Guaira sopratutto contro i Leones de Caracas. Ma il classico dei classici, come un Juve-Inter, sono i Leones contro i Navegantes, “gli eterni rivali”.
Il sogno americano negli occhi dei bambini è quello di diventare Miguel Cabrera che ha giocato 23 stagioni nella US Major League of Baseball o dell’attualissimo Ronald Acuña Jr. degli Atlanta Braves considerato uno dei migliori attuali giocatori al mondo. Mattia ovviamente ha il suo cappellino dei Leones.
Quando arrivo in Venezuela nell’agosto 2019 ho incontrato Mildred. Mildred possiede un piccolo negozio nei dintorni di Tucupíta, nel Delta Amacuro, parte orientale del Venezuela, al confine con la Guyana e il Brasile. Vende un chilogrammo di riso a 20.000 bolívares. Al tasso di cambio di settembre 2019, vale un dollaro statunitense. Sei mesi prima, Mildred vendeva lo stesso chilo di riso a 4.000 bolívares. Sei mesi prima è anche quando il governo ha aumentato il salario minimo da 18.000 a 40.000 bolívares al mese, ovvero rispettivamente da 5,5 a 12 dollari, al cambio parallelo. Sei mesi dopo lo stesso salario minimo di 40.000 bolívares vale 2 dollari. Nel negozio di Mildred, da febbraio a settembre il prezzo del riso è quintuplicato, con un aumento del 400%.
Nel 2019, il Venezuela era il paese aveva la più alta inflazione al mondo, circa del 500% su base annuale. Il paese era entrato in una profonda crisi economica con la caduta del prezzo del petrolio a cavallo tra 2014 e 2015. Nel 2019, in tutto il paese c’erano code per acquistare il minimo necessario: harina pan (la marca più popolare della farina di mais precotta) per fare le arepas, le caraotas (fagioli neri) fonte principale di proteine in mancanza di carne e uova. Gli scaffali dei supermercati erano vuoti. I carrelli della spesa avevano tre o quattro prodotti, segnale che le famiglie non avevano abbastanza soldi per una spesa minima. Il reddito medio di un impiegato pubblico era di 5$ al mese! Per (sopra)vivere tutti i componenti del nucleo familiare doveva fare due o tre lavori per racimolare almeno 200$ al mese per poter mangiare. Tutto il resto, luce, gas, benzina, educazione (molto basica) e sanità (molto carente) erano gratuiti ma con una qualità di servizio minima o quasi inesistente.
La valuta nazionale, il bolivar si svaluta del 2 o 3% al giorno! Dal 2013 al 2021 progressivamente verranno tolti 13 zeri alla valuta nazionale. Senza queste svalutazioni coatte per comperare 1 bolivar del 2016 ci sarebbero voluti 10 mila miliardi di bolivares nel 2022. Il denaro contante non esiste più. I pagamenti si fanno in dollari statunitensi. Però fino al 2021 possedere dollari era vietato perché solo lo stato poteva intercambiare dollari con bolívares. Il mercato del cambio parallelo diventa un business incredibile. Chi ha accesso al cambio ufficiale fa i soldi a palate comprando uno a uno al cambio ufficiale e rivendendo a 4.000 sul mercato nero (agosto 2019) per arrivare a 1 a 36.000 (luglio 2021). In un esercizio di retorica abituale il governo cambia il nome della valuta passando dal bolivar tout-court al bolívar fuerte (2013) che si trasforma in bolívar soberano (2018) per finire in bolívar digital (2021).
Nella vita quotidiano per noi stranieri senza conto corrente venezuelano ogni pagamento è un avventura. Tutti dotati di mazzette di dollari di piccolo taglio consapevoli che ricevere un resto è utopico. Varie volte è successo che per un pagamento di 3 dollari davo 20 dollari e mi dicevano vabbe il resto mancia. Da li nasceva una trattativa per avere un intercambio piu vantagioso. Per non parlare delle foto di dollari inviati ai delivery per provare di avere il contante e che non fosse finto!
L’iperinflazione è la lotta quotidiana dei venezuelani. Non solo l’aumento quotidiano dei prezzi, ma anche la mancanza di banconote. Per affrontare questo problema, il governo ha introdotto banconote da 20.000 e 50.000 bolívares, mentre quelle da 500 bolivar, che ora valgono un quarto di centesimo, sono ancora le più comuni tra i venezuelani. Occorrono quaranta banconote da 500 bolivar per arrivare a un dollaro. Tuttavia, non è sempre facile accedere al contante. I venezuelani utilizzano molti sistemi di pagamento elettronico, tra cui il mobile money, i bonifici bancari, le carte di debito o di credito. I pagamenti elettronici vengono utilizzati in qualsiasi transazione, sperando che ci sia connessione e che non ci siano interruzioni di corrente.
Il paese ha cominciato a svuotarsi. Nell’arco di sette anni (2015-2022), quasi otto milioni di venezuelano hanno invaso le vicine Colombia e Brasile o si sono spinti più a sud in Peru e Chile o verso la mecca del nord Panama o gli Stati Uniti con il terribile passaggio nello stretto del Darién tra Panamá e Colombia, file di caminantes che si inoltrano per quindici giorni in una finta selva tropicale natura già di per sé ostile con in più incroci con narcotrafficanti che hanno trovato un’altra fonte di reddito nella “gestione” o meglio saccheggio dei migranti. Famiglie separate, bambini piccoli lasciati ai nonni, nonni che vivono degli spiccioli della remesas (stimate a 50$ al mese con alti costi per invio dei pochi risparmi), padri che formano un’altra famiglia all’estero, ragazze perse nel racket umano; ostracismo nei paesi di accoglienza. Storie umane difficili da raccontare.
Gli anni 2019 e 2020 con il Covid sono stati probabilmente l’apice della crisi economico-finanziaria del paese. Nel 2021 ci sono stati i primi segnali di ripresa. Nel 2022 la narrativa “ufficialista” era già che el pais se arregló, il paese si era sistemato. Si sentiva una grande euforia, un gran fermento, un dinamismo simile ai paesi in ricostruzione post-bellica. Il segnale più visibile di questa ripresa sono i Bodegones, supermercati che appaiono come funghi e offrono scaffali finalmente pieni di prodotti importati venduti a prezzi che si trovano solo a New York o Miami. Aprono o riaprono anche ristoranti dove per una cena si spende 100 dollari a persona. Due nuovi ristoranti quali il giapponese Omon, il fusion xxxx o l’alta cucina di xxxx nel El Hatillo. Ma il nostro preferito è xxxxx, il gran classico per il pranzo domenicale rimasto aperto dagli anni 60 con cucina europea spagnola, italiano e portoghese, con una scelta di carne venezuelana che compete tranquillamente con quella argentina e brasiliana, da mucche allevate nella pampa di Barinas e Apure nel sud del paese.
Altro segnale di ripresa è il ritorno di cantanti e gruppi musicali stranieri che non osavano mettere piede a Caracas da quindici o vent’anni. Grazie all’anima latina di Giulia, abbiamo visto un concerto mitico, Oscar D’Leon, salsero venezolano che celebrava i suoi 50 anni di carriera al Teatro Teresa Carreño con la filarmonica del Sistema con più di 100 componenti. Che energia, che musica suonata da un artista di 80 anni che per tre ore di fila ha intrattenuto la gente in piedi ballando dalla prima canzone e i compostissimi musicisti che si facevano i selfie mentre suonavano sul palco! Poi abbiamo visto la coppia colombiana-brasiliana Bacilos, l’uruguaiano Jorge Drexler, l’argentino Kevin Johassen in coppia il disegnatore Liniers, e il trittico di gruppi XXX
Poi il 2023, con gli spifferi dei venti di guerra ucraino che arrivano anche oltre oceano, l’economia ha rallentato, essenzialmente per le conseguenze del prezzo del petrolio e dei russi distratti da altre priorità. Anzi l’economia frenato, tanto che l’opposizione ha cavalcato l’onda del gran frenazo. Tutto questo nel giro di pochi mesi.
Ma Caracas rimane Caracas, nella gran crisis, nel país se arregló o nel gran frenazo. È la burbuja, la bolla di Caracas. Dove convivono due realtà, due gruppi, due stili di vita, due filosofie di vita e di ideologia senza mai incontrarsi, frequentarsi ma solo sfiorandosi in incontri casuali: gli enchufados e i sifrinos. I Montecchi e i Capuleti che si dividono le ricchezze del paese. I nuovi ricchi con la spina della corrente inserita negli affari del governo (enchufados) contro la vecchia guardia (sifrinos) cresciuta con lo sviluppo dell’oro nero, dell’industria automobilistica e della posizione geopolitica di Caracas come porta di ingresso a tutto il continente sudamericano. Sifrinos è un’espressione dall’origine incerta, una possibile versione è che nasca dall’italiano “sei fregno”, negli anni ottanta. Sicuramente i sifrinos si riconoscono per eleganza e gusto artistico classico ma anche una visione conservatrice della società. Una società divisa tra enchufados e sifrinos dove entrambi hanno fatto sprofondare la classe media nella povertà assoluta, bastonando la grande piñata del Venezuela per fare uscire le immense ricchezze del paese, intascando a man bassa le caramelle come fanno i bambini nelle feste di compleanno.
Un gran festa per loro, un grande sofferenza per il resto dei venezuelani.
Reciba un cordial saludo patriótico, revolucionario, bolivariano, anti-imperialista y profundamente chavista. Così iniziano le comunicazioni di funzionari pubblici anche per una banale mail operativa. E’ imperativo marcare sempre il territorio della retorica della rivoluzione perenne, della guerra contro il grande nemico colonizzatore, della superiorità del partito creando un dogma inconfutabile e inappellabile: il governo voluto dal popolo lavora solo per il popolo. E giù di retorica infinita senza sostanza alcuna, di assembramenti di massa organizzati, di ricerca del consenso coatto, di assoggettamento coercitivo, di controllo del territorio con tutti i mezzi a disposizione e di figure supreme da venerare. Che sono tre. Bolivar, el Libertador. Chávez, el Comandante eterno, el segundo Libertador, el Padre de la revolución. Il Presidente, de la república bolivariana de Venezuela. Una santa trinità: il padre, il figlio e l’apostolo.
Bolivar, nato a Caracas ha liberato tutta l’America del sud dal giogo spagnolo. Viene ricordato, venerato e citato ogni giorno anche per cose che non ha detto o pensato. Come quando una ministra disse “El ideal bolivariano es la idea libertaria del padre de la patria para fundar el nuevo modelo educativo, incluso la alimentación escolar”, un ideale poetico e politicamente importante, ma difficile credere che Bolivar si fosse espresso in questi termini all’inizio dell’ottocento. Come un vangelo che riporta fatti e concetti a posteriori, che ogni giorno si alimenta di nuova linfa. La figura, le frasi e le azioni di Bolivar sono onnipresenti, una testimonianza continua quasi fosse ancora vivo. E’ come se in Italia si citasse e si esaltassero tutti i giorni le azioni di Garibaldi.
Poi Chávez, nato a Barinas da una famiglia di origini umili e mestiza (meticcia), diventato militare fino al grado di tenente colonnello per poi diventare il Comandante Supremo. Eletto legittimamente alla finde degli anni novanta, espressione della protesta contro la disuguaglianza sociale di un paese infinitamente ricco ma con sacche di povertà enormi tanto che Caracas ospita la seconda più grande favella del continente dopo Rio. Chávez era estremamente carismatico, con tanta energia e una retorica bulimica. Era famoso il suo programma “Aló Presidente” nel quale, in diretta televisiva per oltre otto ore tutte le domeniche parlava, leggeva libri, sfogliava giornali, abbracciava i presenti in diretta o in collegamento, firmava decreti, emetteva sentenze giudiziari, accusava, insultava, divulgava editti, cantava, governava, impartiva ordini, intervistava ed era intervistato, raccontava barzellette, lanciava accuse agli Stati Uniti, dava lezioni di storia e di economia ma soprattutto occupava lo spazio politico, sociale e comunicativo senza permettere a nessun altro di intervenire e interferire per avere il controllo totale del potere.
Infine, il Presidente. L’erede successore designato dal Comandante supremo poi eletto dal popolo. Sindacalista poi diventato Ministro degli Esteri. Alto, imponente, con grande senso dell’umorismo, caustico e sarcastico. Grande fiuto politico per sopravvivere agli attacchi del proprio partito con gli anni ha acquisito la oratoria chavista senza raggiungere però la dimensione del Maestro. Il suo programma “Con Maduro Más” dura al massimo due ore la domenica pomeriggio. Un po’ per pigrizia innata, un po’ perché la sua giornata lavorativa inizia nel pomeriggio. Con l’abito adeguato al momento. El Comandante en guerra in giacca verde militare. Il comandante di tutte le forze armate in alta uniforme bianca con mostrine. Il cittadino comune in tuta acetata rigorosamente con il tricolore della bandiera giallo-rosso-blu. Il rivoluzionario con la camicia rossa del partito. L’operaio con il casco giallo per le grandi opere di costruzioni. El Gran Cacique con il casco di piume colorate del grande capo indio. Il politico internazionale in giacca e cravatta. Il leader della fratellanza social-latina in guayabera caraibica. L’allevatore di bestiame del Llano del sud con il capello da vaquero. Il rockero con la giacca di pelle nera. Il capo spirituale ecumenico con i simboli di tutte le religioni. Il babbo natale che annuncia l’inizio delle festività natalizie a ottobre. Ma soprattutto e sopra tutti: El Súper Bigote. Il super eroe con il baffone che mano nella mano alla sposa Cilia, risolve tutti i problemi della gente. Súper Bigote affronta senza paura i problemi che sempre nascono dall’estero, dalla guerra economica che ogni giorno il Venezuela deve affrontare. Le sue gesta sono raccontate in episodi di cartoni animati con il sigillo dell’ufficialismo. Non è satira ma è vera propaganda per plasmare le menti del popolo. E sa anche andare in kite!
E poi come ogni chiesa che si rispetti non mancano le figure iconiche minori da venerare e esaltare. La più affascinante è Fernanda Bolaño, che da il nome al Frente (movimento) che raggruppa tutte le cocineras de la patria ovvero le cuoche che ogni giorno cucinano nelle mense delle scuole pubbliche. Un lavoro dignitosissimo con il quale signore dedite ai bambini che alimentano ogni giorno trovano nel Frente Fernanda Bolaño la forza morale di andare a lavorare ogni giorno senza praticamente essere retribuite. Il nome del movimento viene da Fernanda Bolaño, la cuoca di Simon Bolivar. Probabilmente non avrà mai immaginato che la sua vita dedicata ad accudire el Libertador avrebbe ispirato il movimento che alimenta i corpi e le menti di future generazioni rivoluzionarie.
C’è un’usanza in Venezuela che gli psicologi dovrebbero studiare per il suo effetto sulla crescita emotiva dei figli: i genitori che fanno la crasi dei propri nomi per battezzare il nascituro. In molti casi con risultati decisamente impronunciabili, quasi uno scioglilingua.
Papà Jesus e Mamma Clareth che chiamano la figlia Jesireth combinando Jes(us) y (Cla)Reth facendole la grazia di mettere una vocale di congiunzione tra due consonanti. Papà Hebert e Mamma Daisy che battezzano la figlia Heisy applicando lo stesso principio con un risultato sonoramente accettabile. Poi ci sono risultati decisamente meno riusciti: Papà Jorge e mamma Yanira che battezzano il piccolo erede Jorgya, mentre per la sorellina hanno optato per una triplice crasi aggiungendo la nonna materna Ignacia con un risultato impronunciabile in qualsiasi lingua: Jorgyanig, una carissima collega che nessuna sa come chiamare.
Gli esempi sono infiniti quante le combinazioni possibili per cui ho incontrato Yuraima, Emirlendris, Amneidys, Asdrick, Jhosgreizy, Juves e Josmar con il vantaggio di portare nomi probabilmente unici. Poi ci sono i nomi dalla ortografia creativa frutto di menti genitoriali brillanti o chi sa di errori anagrafici: i Jhon, i Freddys, i Yerald, i Brayan e i Maicol o Maikel per i maschietti o le Mayerlin, le Deisy o le Leidy o ancora meglio Miliedy per le femminucce. E ci sono gli ultra-creativi onomatopeici quali Maictaison (si scritto esattamente cosi) e il fantastico Yusnabi. Per quest’ultimo serve la traduzione: viene da US Navy dove la Y all’inizio fa sempre figo e la v che in spagnolo diventa B.
Da buon paese che balla tra i due blocchi della guerra fredda vecchia e nuova non mancano i nomi russofoni: Gladiuska, Niurka, Ninoska, Dubraska, Daniuska e i vari Stalin e Lenin scritti senza deviazioni fantasiose. Le combinazioni di nomi in nome del padre e della madre sono infinite come infinita è la fantasia venezuelana!
Venezuela è un paese schizofrenico, dicotomico, polarizzato, contrastante. Un paese bellissimo.
Il mio primo contatto con Venezuela è stato in agosto 2019. Arrivo in una Caracas grigia e piovosa come spesso capita tra agosto e novembre. La prima impressione è l’incontro con una nobildonna decaduta. La bellezza e l’opulenza dell’età dell’oro (nero) si è appassita nel tempo. Ma rimane pur sempre bella e nobile. Che vive grazie a una rendita che non è più quella di una volta. Il petrolio non copre più lo stile di vita sfarzoso della nobildonna abituata ad avere tutto il meglio che il mondo potesse a offrire dagli anni Cinquanta in poi. Non se lo può più permettere perché è crollato il prezzo del petrolio ed è crollata la capacità di produzione e di raffinazione nel paese. La gestione dei militari della compagnia petroliera che controlla tutta la produzione e la distribuzione nazionale ha fatto precipitare la produzione da 3 milioni di barili al giorno degli inizi anni duemila a 400 mila dei primi anni Venti. Nessun paese avrebbe potuto resistere a una caduta del genere soprattutto quando l’oro nero rappresenta il novanta percento del prodotto interno lordo.
Una nobile decaduta che non vuole riconoscere il suo stato di indigente. Una nobile decaduta che vuole mostrarsi al mondo ingioiellata mentre vive in una casa che non ha più luce, acqua potabile e gas perché non riesce più a pagare le bollette.
E oggi vive anni difficili. Le sanzioni introdotte da Obama ma rese più severe da Trump cominciano a farsi sentire. Mancano prodotti di base, alimenti e igiene di base. La carta igienica è preziosa. Negli hotel e nelle posade viene centellinata, non a rotoli ma a fogli consegnati religiosamente al momento della registrazione. La crisi economica sta raggiungendo il suo picco più basso. Il Covid darà un ultimo colpo a un sistema squassato da scelte sbagliate, mala gestione, corruzione e isolamento internazionale.
Un paradosso in un paese che ha più riserve di petrolio dell’Arabia Saudita, che ha più oro e metalli preziosi del Sud africa, che ha terre fertili quanto il Brasile, che ha bellezze naturali e una cultura variegata che potrebbero attrarre più turisti che l’Europa, che ha una posizione geografica centrale tra Stati Uniti, Europa e America Latina per produrre e commerciare tra tre continenti.
Sono anni di privazione per la grande maggioranza della gente. Le città soffrono tagli di corrente periodici perché il sistema elettrico nazionale non regge il carico per mancanza di manutenzione e pezzi di ricambio. L’acqua corrente viene sospesa per ore al giorno per cui in casa è necessario tenere riserve con bottiglioni o cisterne per le famiglie che se lo possono permettere. Sembra che le infrastrutture del paese siano tenute insieme con il fil di ferro mentre gli ingegneri devono cannibalizzare gli impianti per tirare fuori i pezzi di ricambio per fare funzionare i sistemi di acqua, luce, gas e benzina. Sì, la benzina. Anche la benzina è un bene raro nel paese che era il sesto produttore al mondo e con la più grande riserva di petrolio al mondo. In alcune zone del paese si facevano fino a tre giorni di fila (si 3!) per fare il pieno con un limite di 120 litri al mese per macchina. Perché la benzina era praticamente gratis fino alla fine del 2021, generando un sistema distorsivo per cui in alcune zone del paese il litro di benzina poteva costare fino a 3 dollari il litro o la “gestione” delle file con “accesso VIP” era un altro business intorno alle stazioni di servizio in mano ai colectivos, i gruppi paramilitari che controllano il territorio. Distorsivo perché genera traffici illegali per chi ha accesso “preferenziale” alla benzina può portare taniche in Colombia e Trinidad e Tobago nel cofano della macchina, organizzando un intero camion cisterna o armando una nave fantasma! Ovviamente la dimensione del vettore è proporzionale alla scala gerarchica del potere. Chi ha avuto molto potere è riuscito a far sparire 80 navi in un anno nelle acque profonde delle bandiere senza patria (il vessillo) e senza nome (la nave).
La nobildonna dell’America del Sud, per poter sopravvivere, si è invischiata in giri di loschi trafficanti, di ogni genere.
Il sette marzo abbiamo appena fatto in tempo a festeggiare il primo compleanno di Mattia in compagnia degli amici, con festa sul terrazzo e bastonate alla piñata “baby shark” giallo, che anche Panamá si è aggiunta ai paesi in emergenza sanitaria, decretando le prime misure di confinamiento. Come in tutto il mondo, anche a Panamá ci siamo tutti rinchiusi in casa per combattere il nemico invisibile del corona virus. Visto l’andazzo in Italia, l’undici marzo il governo panamense ha dichiarato l’emergenza sanitaria nazionale decretando, tra le varie misure, prima il coprifuoco tra le sette di sera e le cinque del mattino, poi via via ha adottato misure sempre più restrittive. Infine, il venticinque marzo ha imposto la clausura totale al grido Me quedo en casa, imponendo ai panamensi l’esperienza di confinamiento tra le più severe del continente americano e probabilmente del mondo.
Dopo trecento quarantuno giorni ovvero undici mesi e quattro giorni il governo panamense ha tolto la quarantena totale. Finalmente! Nel corso dell’anno la quarantena è stata variabile, passando dalla sola domenica, al fine settimana o estesa a tutta la settimana, normalmente con misure prese un mese per l’altro. Quando hanno introdotto la chiusura per tutta la settimana, si è potuto uscire di casa per fare la spesa solo nell’orario stabilito secondo il numero finale del documento di identità. Con il documento che finisce con un due, per esempio come il mio, potevi andare a fare la spesa (e solo la spesa!) alle due del pomeriggio, con disponibilità di una mezz’ora prima e dopo per spostarsi. La mia ora di aria era tra le 13.30 e le 15.30. La domenica chiusura totale e assoluta per tutti, poi estesa anche al sabato. Dalle cinque del pomeriggio di venerdì alle cinque del mattino di lunedì tutti rigorosamente rintanati in casa.
Dopo una settimana di questa misura già drastica il governo, evidentemente non soddisfatto dell’impatto delle misure imposte, introduce un’ulteriore limitazione ai movimenti delle persone. Sono permesse le uscite solo per genere, uomini e donni a giorni alterni. Lunedì, mercoledì e venerdì le donne. Martedì, giovedì e sabato gli uomini. Con la successiva chiusura totale dei sabati, si è arrivati a sole quattro ore di aria a settimana per gli uomini. Quattro ore complessive a settimana! Duecento ventiquattro minuti! E praticamente ininterrottamente da aprile a settembre.
La misura uomini-donne quasi unica al mondo è stata molto derisa ma ha reso più facili i controlli. Si vede subito il genere senza dover chiedere il numero del documento, misura che comunque rimane in vigore. E i controlli ci sono stati. Niente autocertificazioni, niente scuse, niente permessi, niente ho-il-gomito-che-fa-contatto-con-il-ginocchio-e-mia-nonna-congiunta-anche-se-è-da-anni-che-non-la-vedo-ho-avuto-un-irreprimibile-impulso-nonnistico.
Nel picco della pandemia da aprile e giugno, nei due chilometri tra casa e supermercato c’erano minimo due ma fino a quattro posti di blocco. Polizia e militari schierati in assetto antisommossa con mitra spianato. C’è poco da scherzare in un paese dalla democrazia giovane e, come in tutta l’America latina, la polizia non va per il sottile. Se c’è da usare la forza non esita a farlo. Se ti pizzicano la multa può andare dai cento ai mille dollari. Oppure c’è la concussione rapida, sul posto, con trattativa immediata. Tariffa consolidata informale: venti dollari. Un malcostume molto diffuso in America latina.
Passati posti di blocco, controlli, fila con distanza minima di due metri, misura di temperatura, annaffiamento di gel e alcol, si accede finalmente al momento di svago più importante della settimana: la spesa al supermercato! Niente di eccezionale: è stato il quotidiano in tutto il mondo. Però l’esperienza supermercato a Panamá ha avuto un tocco in più grazie alla segregazione forzata uomini-donne. Mi ritrovo nel mio turno-uomo in mezzo a solo uomini. Che si dividono in due categorie. Quelli abituati a fare la spesa, muovendosi a passi sicuri nella giungla dei prodotti tra la zona beveraggio di birre e vini ma a loro agio anche nella zona tutto-per-il-barbecue. Poi ci sono quelli che sono alla prima esperienza di caccia del cibo, i quali entrano nel supermercato come Alice nel paese delle meraviglie. Oltre allo sguardo stupefatto e all’avanzare incerto, si riconoscono da una caratteristica inequivocabile: vengono teleguidati. Ognuno con il proprio strumento in mano, a diverso grado di sofisticazione. Dalla tradizionale lista della spesa, girata e rigirata in tutti i versi, manco avessero in mano la rosetta di Champolion, per decifrare oscuri nomi di prodotti. All’utilizzo della più sofisticata tecnologia con telefono in video chiamata per scovare il prodotto richiesto da casa, rigorosamente puntato sugli scaffali. O alla combinazione dei due strumenti, lista della spesa e telefono che permette la chiamata aiuto-da-casa, resa finale e amissione ineludibile della propria inferiorità nel disperato atto di sopravvivenza primaria quale la spesa.
La clausura è stata accompagnata da un’altra misura restrittiva con la promulgazione della “legge secca”. Divieto assoluto di vendita e consumo di alcolici in vigore per tre mesi durante il periodo di clausura più restrittivo. Nel primo periodo abbiamo attaccato le riserve di vino e birra in casa, però si sono “seccate” molto rapidamente… Quindi abbiamo affrontato la prova-secca spavaldi al grido ma-dai-che-ci-fa-solo-del-bene-una-bella-dieta-alcolica-in-questo-periodo-di-non-movimento. Però questa fase è durata poco, molto poco. Siamo poi passati all’eccesso opposto: abbiamo attaccato lo scaffale dei super alcolici. Ma dopo alcuni pasti accompagnati da rum e gin abbiamo pensato (più Giulia che io, per dovere di cronaca!) che fosse il caso di trovare una soluzione a questo serio, serissimo problema della ley seca. Lanciato appello disperato sulle chat di aiuto-alcolista-palese, abbiamo trovato il contrabbandiere (un venezuelano) che ha organizzato un traffico illegale tipo America del proibizionismo anni Venti. Contatto via whatsapp. Invio del catalogo, tutti vini italiani. Pagamento anticipato con trasferimento bancario immediato e modico sovraprezzo di 120 dollari per il “servizio di trasporto”. Il sovraprezzo include il fattore rischio che si concreta in una multa di dieci mila dollari a chi vende o trasporta alcolici durante la legge secca. Appuntamento per la consegna, la quale deve essere fatta durante le due ore di mobilità di chi consegna. Infine, agognata consegna con spacchettamento di trenta bottiglie infrattate in mezzo a vestiti, sparse in tre valigie come a simulare un cambio di casa. Abbiamo avuto bisogno di due consegne per far fronte alla dura ley seca!
La legge secca è una consuetudine in molti paesi dell’America latina, applicata nei giorni delle votazioni (per evitare che gli animi si scaldino) o il giorno dei defunti (per rispetto). Però solo per pochi giorni, non per periodi così lunghi. Durante la clausura da pandemia il governo lo ha introdotto per limitare la violenza domestica, triste fenomeno purtroppo molto diffuso in America latina. E’ difficile avere statistiche omogenee sulla violenza domestica che permettano paragoni significativi tra paesi. Un proxy tristemente più affidabile per capire il fenomeno è guardare al numero di femminicidi ogni 100,000 abitanti. Otto dei primi dieci paesi al mondo di questa poco onorevole classifica sono in America latina e Caraibi, capeggiata da El Salvador (tredici ogni 100,000 abitanti in media tra 2007 e 2012) mentre Panamá è al diciannovesimo posto con quattro femminicidi ogni centomila abitanti. Un fenomeno che il governo panamense evidentemente conosce bene tanto che l’imposizione della ley seca non ha sollevato reazioni da parte dell’opinione pubblica. In generale, colpisce molto la comunicazione della crisi del COVID con un atteggiamento molto paternalistico dei messaggi twitter e facebook del ministero de la salute. Molti comunicati stigmatizzavano, neanche tanto velatamente, il cattivo comportamento della popolazione con affermazioni del tipo “visto che non rispettate le misure di distanza sociale dobbiamo prolungare la quarantena…” oppure un minaccioso “state attenti che se non vi comportate bene continuiamo a tenervi chiusi in casa…”. Non ho seguito da vicino il dibattito politico però da lontano colpisce lo scarso confronto tra i partiti politici sulle misure da adottare e, soprattutto, la limitata contestazione da parte dell’opinione pubblica. Solo alcune proteste di fronte alla casa presidenziale, il cui ingresso è a una cinquantina di metri da casa nostra. O lasprotestas de las ollas quindici minuti di tamburello sulle pentole con un cucchiaio, dalle terrazze, balconi o finestre di casa. Ma in un anno, lo sbattimento di pentoleper chiedere la ripresa delle attività economiche sarà successo tre volte.
Le piccole imprese della ristorazione e degli alberghi sono state le più colpiti economicamente, come in tutto il mondo. Il turismo è la terza fonte di ingresso dell’economia panamense. Le prime due fonti, nell’ordine il Canale e i servizi finanziari non hanno subito un crollo. Le merci e i soldi hanno continuato a viaggiare e a passare per Panamá, oliando la sua economia. Si sono fermate le persone. E con esse le navi crociera che ad ogni transito attraverso il canale versano un generoso obolo dai settecento mila al milione e duecento mila dollari, a secondo del numero di passeggeri. Anche il canale ha subito una certa flessione nei suoi incassi. Ma dentro ogni nave ci sono storie di persone, di equipaggi bloccati per mesi a bordo per la chiusura delle frontiere, che non hanno potuto mettere piede a terra. Dal terrazzo di casa, che si affaccia sull’accesso al canale lato oceano pacifico, per varie settimane abbiamo visto decine di navi crociera alla fonda probabilmente in attesa di qualche autorizzazione per far sbarcare l’equipaggio o di capire cosa fare di questi immensi villaggi galleggianti che nessuno vuole far approdare.
E così, mangiando in casa, bevendo alla faccia la ley seca e soprattutto stando bene, siamo arrivati a marzo duemilaventuno pronti a festeggiare il secondo compleanno di Mattia… forse la prima festa dopo quasi dodici mesi ininterrotti di clausura… da una piñata all’altra.
Nota: ho utilizzato il termine clausura perché non capisco il proliferare dell’uso di parole inglesi in Itali,a uno su tutti “lockdown” menzionato addirittura nei decreti governativi. “Clausura” o “confinamento” sarebbero andati benissimo. Poi rimango perplesso quando addirittura si utilizzano termini inglesi in modo sbagliato, come “smartworking”. Neanche gli anglosassoni lo utilizzano e semmai la combinazione di queste due parole farebbe pensare loro l’andare al lavoro con vestiti eleganti, fatto che associano facilmente (con sarcasmo derisorio) a una abitudine italiana.
Sabato 14 novembre, cinque del pomeriggio circa. Sono a casa a Panama giocando con Mattia. Squilla il cellulare. Appare il nome del capo. Ogni fine settimana negli ultimi due anni ho ricevuto sue telefonate, anche a ore improbabili. Quindi niente di cui preoccuparsi. Mi saluta con “viejo”, introduzione che non prospetta nulla di buono. Poi tutto di un fiato: “organizzati per andare in El Salvador, l’ufficio ha bisogno di un rinforzo. Parti domani”. Ok rispondo. Fine della chiamata.
Motivo del rinforzo: prepararsi in caso l’uragano Iota, che si sta formando poderosamente nei Caraibi puntando minaccioso la costa nicaraguense, prosegua la sua corsa devastatrice in El Salvador con conseguenti danni ingenti. Fa parte del nostro lavoro. Prevenire, preparare, rispondere. Come organizzazione, ma anche come persone. Siamo preparati all’evenienza senza veramente esserne abituati. Fa sempre effetto dover partire un giorno per l’altro. Da qualche giorno, stavamo monitorando la formazione di questo uragano, il secondo nel giro di due settimane, prima Eta adesso Iota. Entrambi formatosi in Atlantico, passati senza lasciare danni attraverso i Caraibi orientali (vedi gli articoli Dominica 2018), seguendo la stessa traiettoria e infine colpire lo stesso punto della costa nordorientale del Nicaragua, quasi alla frontiera con Honduras. Eta è stato un uragano categoria 4 con venti fino a 250 chilometri orari. Iota al largo della costa nicaraguense si è gonfiato fino a raggiungere categoria 5, il fondo scala con venti superiori ai 250 chilometri orari. Due belle bestie che arrivano, uno dopo l’altra di per sé già un evento raro, per di più a fine della stagione degli uragani quando si pensa di averla scampata e si prospetta di stare su una bella spiaggia caraibica con cocktail in mano piuttosto che a lavorare.
Giusto il tempo di dare un bacio a Giulia e Mattia e sono all’aeroporto di Panama in partenza per San Salvador dove incontro Chiara, una collega italiana con la quale avevo lavorato in Dominica. Lei destinazione Managua per dare una mano all’ufficio del Nicaragua, già pesantemente devastato da Eta e molto probabilmente da Iota. Porta con sé il marito e il figlio di un anno! Manca un mese a Natale con vacanze organizzate in famiglia in Sicilia ma soprattutto nel suo ultimo mese di assegnazione a Panama perché a gennaio si trasferiscono in Mozambico. Una tosta!
Nei giorni successivi Iota colpisce duramente la regione atlantica autonoma nordorientale del Nicaragua, a maggioranza popolazione indigena, una zona strutturalmente povera dove la devastazione di un’uragano la indebolisce ulteriormente. A San Salvador dovrebbe arrivare due giorni dopo. Però la forza dell’uragano si sgonfia attraversando il Nicaragua tanto da diventare depressione tropicale al momento di entrare in territorio salvadoregno. Danni inesistenti in El Salvador, per fortuna. Anche se i danni derivano non solo dal vento ma soprattutto dalle piogge che un uragano genera. Rimango comunque due settimane in El Salvador per dare una mano per l’operazione post-Eta, che quello si aveva fatto danni. Così posso scherzare con i miei ex-colleghi facendogli notare che sono un portafortuna in grado di fermare l’uragano con la mia sola presenza!
Ritorno una settimana a Panama e riparto di nuovo questa volta per Managua, con l’accordo che comunque sarei potuto tornare a Panama il 24 dicembre. Altrimenti si prospetta un altro Natale e capodanno a lavorare, cosa che ho finito comunque per fare visti i ritmi del mio lavoro “regolare” per il Venezuela. Di Managua non ho visto praticamente niente perché nelle tre settimane di permanenza cominciavo a lavorare alle sette e mezza di mattina per finire alle otto e mezza di sera. Ho fatto la spola tra ufficio e hotel, nient’altro. Ma era necessario un lavoro così intenso per avviare una operazione di assistenza in zone molto difficili da raggiungere.
A pensarci bene, l’organizzazione per la quale lavoriamo Giulia e io chiede molti sacrifici. A pensarci bene però non è che l’organizzazione, intesa come top-management, chieda veramente. Veniamo gentilmente informati di decisioni prese. Penso a Chiara che si butta nell’occhio dell’uragano con un figlio di un anno. Penso a Giulia cha ha passato due anni sperduta nel nordest dell’Afghanistan alla frontiera con il Tajikistan, zona di conflitto. Sicuramente la dedizione di tanti colleghi di stare nei posti più remoti, nei momenti più difficili ha contribuito al riconoscimento del Nobel per la Pace.
El Salvador, Bahia di Jiquilisco, Puerto La Libertad, El Tunco.
“Gli Albereschi se vedessero il camice verde come quello dei dottori, se lo mangerebbero tutto perché pensano che sia erba. Poi diventerebbero tutti sterili perché il camice è sterile.”
Tratto dal libro “La Storia Vera degli Albereschi” di Flavia.
Come sarebbe stata la tua festa di passaggio allo status di adulta? Sarebbe stato solo un passaggio formale, di convenzione giacché sei sempre stata matura, sempre in anticipo rispetto ai tuoi anni. Hai sempre pensato e parlato da grande per affrontare la prova più difficile: la vita. Però sarebbe stata una festa bellissima per il fatto meraviglioso di averti qui con noi. In questo periodo cosi innaturale di confinamento obbligatorio e di distanza sociale, visto che li hai vissuto entrambi, ci avresti spiegato che la vita va vissuta intensamente, sempre, fino alla fine. Che nella natura avremmo trovato le risorse, nella scienza la soluzione, nella creatività e nell’arte saremmo precipitati nel mondo della fantasia come la tua Mia Edler, l’apprendista investigatrice:
(Mia): Sua Maestà, siamo alla ricerca della rosa che non muore mai; secondo questo libro dovreste averla voi.
(Regina Bella Addormentata): È vero, l’abbiamo noi e non solo… la custodiamo dall’epoca degli Australopitechi, ma non la diamo.
(Spirit): Maestà, siamo mandati da Topolino per trovare gli oggetti necessari a salvare il pianeta.
(Regina Bella Addormentata): Attendiamo da anni ed anni e anni questo momento ma non è mai arrivato. Perché dovremmo fidarci di un gruppo di nani, un cavallo, un pupazzo di neve, di quattro minions che fino a due anni fa erano al servizio dei cattivi e di una semplice ragazzina…???
(Brontolo): Senta io sono destinato a seguire per la vita questo branco di nani e lei vuole complicarmi di più la vita?
(Cucciolo): Lo lasci perdere, è Brontolo, brontola…
(Olaf): …la prego…
(Regina Bella Addormentata): Non ci possiamo fidare di voi. Guardie! Portateli in prigione! Mi dispiace, siamo obbligati, dobbiamo difendere il nostro tesoro.
Tratto dalla sceneggiatura teatrale “A caccia di Sogni: la scoperta di Disneyland” di Flavia e Costanza, messa in scena per il tuo quattordicesimo compleanno.
Avresti scritto una storia, una sceneggiatura teatrale o il film che tanto volevi fare. Lo avresti realizzato con le tue amiche come in “Colors of Rainbow”:
(Narratore): “Buongiorno a tutti, noi siamo la società “I’m Unicorn” siamo qui per raccontarvi una storia, la storia, quella del paese Colors a cui hanno rubato i colori e, si sa, insieme ai colori c’è anche la felicità e soprattutto la magia degli unicorni! Ecco Dismonda, la strega con la goccia dei colori.”
Scena 1
(dismonda):“Finalmente la goccia dei colori è mia!”.
Ma ad un certo punto arrivano i tre troll che vogliono anche loro la goccia.
(troll 1): “la goccia è mia!”
(troll 2): “mi servono i colori!”
(troll 3): “babbei l’ho vista prima io!”
(dismonda):“l’ho presa prima io!”
Ed è tutto un tira-tira con urli schiamazzi finché la goccia non si rompe in 4 parti.
Scena 2
(Narratore): “Intanto al paese Colors sono tutti disperati. La buona regina Flavia, sfortunatamente sorella della perfida strega Dismonda, non sa più consolarli.”
(fata rubina): “Udite, udite! La regina Flavia in quanto regina di questo popolo partirà alla ricerca dei colori!”
Applausi generali
Scena 3
(Narratore): “E cosi l’intrepida Flavia partì”
Tratto dalla sceneggiatura dello spettacolo equestre “Colors of Rainbow” di Flavia messo in scena al maneggio nel tuo dodicesimo compleanno.
Mi manchi Flavia, anche se sei sempre con me. Mi mancano le tue parole, la tua fantasia, il tuo sguardo, il tuo essere bambina ma già adulta, da sempre. Per sempre. Festeggia felice il tuo compleanno nel tuo mondo fantastico popolato da cavalli, unicorni, fate, regine, principesse, cani che vivono sugli alberi che vogliono salvare il mondo e la vita di noi, ancora qui giù.