Caracas Bodegonica.

Quando arrivo in Venezuela nell’agosto 2019 ho incontrato Mildred. Mildred possiede un piccolo negozio nei dintorni di Tucupíta, nel Delta Amacuro, parte orientale del Venezuela, al confine con la Guyana e il Brasile. Vende un chilogrammo di riso a 20.000 bolívares. Al tasso di cambio di settembre 2019, vale un dollaro statunitense. Sei mesi prima, Mildred vendeva lo stesso chilo di riso a 4.000 bolívares. Sei mesi prima è anche quando il governo ha aumentato il salario minimo da 18.000 a 40.000 bolívares al mese, ovvero rispettivamente da 5,5 a 12 dollari, al cambio parallelo. Sei mesi dopo lo stesso salario minimo di 40.000 bolívares vale 2 dollari. Nel negozio di Mildred, da febbraio a settembre il prezzo del riso è quintuplicato, con un aumento del 400%.

Nel 2019, il Venezuela era il paese aveva la più alta inflazione al mondo, circa del 500% su base annuale. Il paese era entrato in una profonda crisi economica con la caduta del prezzo del petrolio a cavallo tra 2014 e 2015. Nel 2019, in tutto il paese c’erano code per acquistare il minimo necessario: harina pan (la marca più popolare della farina di mais precotta) per fare le arepas, le caraotas (fagioli neri) fonte principale di proteine in mancanza di carne e uova. Gli scaffali dei supermercati erano vuoti. I carrelli della spesa avevano tre o quattro prodotti, segnale che le famiglie non avevano abbastanza soldi per una spesa minima. Il reddito medio di un impiegato pubblico era di 5$ al mese! Per (sopra)vivere tutti i componenti del nucleo familiare doveva fare due o tre lavori per racimolare almeno 200$ al mese per poter mangiare. Tutto il resto, luce, gas, benzina, educazione (molto basica) e sanità (molto carente) erano gratuiti ma con una qualità di servizio minima o quasi inesistente.

La valuta nazionale, il bolivar si svaluta del 2 o 3% al giorno! Dal 2013 al 2021 progressivamente verranno tolti 13 zeri alla valuta nazionale. Senza queste svalutazioni coatte per comperare 1 bolivar del 2016 ci sarebbero voluti 10 mila miliardi di bolivares nel 2022. Il denaro contante non esiste più. I pagamenti si fanno in dollari statunitensi. Però fino al 2021 possedere dollari era vietato perché solo lo stato poteva intercambiare dollari con bolívares. Il mercato del cambio parallelo diventa un business incredibile. Chi ha accesso al cambio ufficiale fa i soldi a palate comprando uno a uno al cambio ufficiale e rivendendo a 4.000 sul mercato nero (agosto 2019) per arrivare a 1 a 36.000 (luglio 2021). In un esercizio di retorica abituale il governo cambia il nome della valuta passando dal bolivar tout-court al bolívar fuerte (2013) che si trasforma in bolívar soberano (2018) per finire in bolívar digital (2021).

Nella vita quotidiano per noi stranieri senza conto corrente venezuelano ogni pagamento è un avventura. Tutti dotati di mazzette di dollari di piccolo taglio consapevoli che ricevere un resto è utopico. Varie volte è successo che per un pagamento di 3 dollari davo 20 dollari e mi dicevano vabbe il resto mancia. Da li nasceva una trattativa per avere un intercambio piu vantagioso. Per non parlare delle foto di dollari inviati ai delivery per provare di avere il contante e che non fosse finto!

L’iperinflazione è la lotta quotidiana dei venezuelani. Non solo l’aumento quotidiano dei prezzi, ma anche la mancanza di banconote. Per affrontare questo problema, il governo ha introdotto banconote da 20.000 e 50.000 bolívares, mentre quelle da 500 bolivar, che ora valgono un quarto di centesimo, sono ancora le più comuni tra i venezuelani. Occorrono quaranta banconote da 500 bolivar per arrivare a un dollaro. Tuttavia, non è sempre facile accedere al contante. I venezuelani utilizzano molti sistemi di pagamento elettronico, tra cui il mobile money, i bonifici bancari, le carte di debito o di credito. I pagamenti elettronici vengono utilizzati in qualsiasi transazione, sperando che ci sia connessione e che non ci siano interruzioni di corrente.

Il paese ha cominciato a svuotarsi. Nell’arco di sette anni (2015-2022), quasi otto milioni di venezuelano hanno invaso le vicine Colombia e Brasile o si sono spinti più a sud in Peru e Chile o verso la mecca del nord Panama o gli Stati Uniti con il terribile passaggio nello stretto del Darién tra Panamá e Colombia, file di caminantes che si inoltrano per quindici giorni in una finta selva tropicale natura già di per sé ostile con in più incroci con narcotrafficanti che hanno trovato un’altra fonte di reddito nella “gestione” o meglio saccheggio dei migranti. Famiglie separate, bambini piccoli lasciati ai nonni, nonni che vivono degli spiccioli della remesas (stimate a 50$ al mese con alti costi per invio dei pochi risparmi), padri che formano un’altra famiglia all’estero, ragazze perse nel racket umano; ostracismo nei paesi di accoglienza. Storie umane difficili da raccontare.

Gli anni 2019 e 2020 con il Covid sono stati probabilmente l’apice della crisi economico-finanziaria del paese. Nel 2021 ci sono stati i primi segnali di ripresa. Nel 2022 la narrativa “ufficialista” era già che el pais se arregló, il paese si era sistemato. Si sentiva una grande euforia, un gran fermento, un dinamismo simile ai paesi in ricostruzione post-bellica. Il segnale più visibile di questa ripresa sono i Bodegones, supermercati che appaiono come funghi e offrono scaffali finalmente pieni di prodotti importati venduti a prezzi che si trovano solo a New York o Miami. Aprono o riaprono anche ristoranti dove per una cena si spende 100 dollari a persona. Due nuovi ristoranti quali il giapponese Omon, il fusion xxxx o l’alta cucina di xxxx  nel El Hatillo. Ma il nostro preferito è xxxxx, il gran classico per il pranzo domenicale rimasto aperto dagli anni 60 con cucina europea spagnola, italiano e portoghese, con una scelta di carne venezuelana che compete tranquillamente con quella argentina e brasiliana, da mucche allevate nella pampa di Barinas e Apure nel sud del paese.  

Altro segnale di ripresa è il ritorno di cantanti e gruppi musicali stranieri che non osavano mettere piede a Caracas da quindici o vent’anni. Grazie all’anima latina di Giulia, abbiamo visto un concerto mitico, Oscar D’Leon, salsero venezolano che celebrava i suoi 50 anni di carriera al Teatro Teresa Carreño con la filarmonica del Sistema con più di 100 componenti. Che energia, che musica suonata da un artista di 80 anni che per tre ore di fila ha intrattenuto la gente in piedi ballando dalla prima canzone e i compostissimi musicisti che si facevano i selfie mentre suonavano sul palco! Poi abbiamo visto la coppia colombiana-brasiliana Bacilos, l’uruguaiano Jorge Drexler, l’argentino Kevin Johassen in coppia il disegnatore Liniers, e il trittico di gruppi XXX

Poi il 2023, con gli spifferi dei venti di guerra ucraino che arrivano anche oltre oceano, l’economia ha rallentato, essenzialmente per le conseguenze del prezzo del petrolio e dei russi distratti da altre priorità. Anzi l’economia frenato, tanto che l’opposizione ha cavalcato l’onda del gran frenazo. Tutto questo nel giro di pochi mesi.

Ma Caracas rimane Caracas, nella gran crisis, nel país se arregló o nel gran frenazo. È la burbuja, la bolla di Caracas. Dove convivono due realtà, due gruppi, due stili di vita, due filosofie di vita e di ideologia senza mai incontrarsi, frequentarsi ma solo sfiorandosi in incontri casuali: gli enchufados e i sifrinos. I Montecchi e i Capuleti che si dividono le ricchezze del paese. I nuovi ricchi con la spina della corrente inserita negli affari del governo (enchufados) contro la vecchia guardia (sifrinos) cresciuta con lo sviluppo dell’oro nero, dell’industria automobilistica e della posizione geopolitica di Caracas come porta di ingresso a tutto il continente sudamericano. Sifrinos è un’espressione dall’origine incerta, una possibile versione è che nasca dall’italiano “sei fregno”, negli anni ottanta. Sicuramente i sifrinos si riconoscono per eleganza e gusto artistico classico ma anche una visione conservatrice della società. Una società divisa tra enchufados e sifrinos dove entrambi hanno fatto sprofondare la classe media nella povertà assoluta, bastonando la grande piñata del Venezuela per fare uscire le immense ricchezze del paese, intascando a man bassa le caramelle come fanno i bambini nelle feste di compleanno.

Un gran festa per loro, un grande sofferenza per il resto dei venezuelani.

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