Die Chavistische Propaganda.

Reciba un cordial saludo patriótico, revolucionario, bolivariano, anti-imperialista y profundamente chavista. Così iniziano le comunicazioni di funzionari pubblici anche per una banale mail operativa. E’ imperativo marcare sempre il territorio della retorica della rivoluzione perenne, della guerra contro il grande nemico colonizzatore, della superiorità del partito creando un dogma inconfutabile e inappellabile: il governo voluto dal popolo lavora solo per il popolo. E giù di retorica infinita senza sostanza alcuna, di assembramenti di massa organizzati, di ricerca del consenso coatto, di assoggettamento coercitivo, di controllo del territorio con tutti i mezzi a disposizione e di figure supreme da venerare. Che sono tre. Bolivar, el Libertador. Chávez, el Comandante eterno, el segundo Libertador, el Padre de la revolución. Il Presidente, de la república bolivariana de Venezuela. Una santa trinità: il padre, il figlio e l’apostolo.

Bolivar, nato a Caracas ha liberato tutta l’America del sud dal giogo spagnolo. Viene ricordato, venerato e citato ogni giorno anche per cose che non ha detto o pensato. Come quando una ministra disse “El ideal bolivariano es la idea libertaria del padre de la patria para fundar el nuevo modelo educativo, incluso la alimentación escolar”, un ideale poetico e politicamente importante, ma difficile credere che Bolivar si fosse espresso in questi termini all’inizio dell’ottocento. Come un vangelo che riporta fatti e concetti a posteriori, che ogni giorno si alimenta di nuova linfa. La figura, le frasi e le azioni di Bolivar sono onnipresenti, una testimonianza continua quasi fosse ancora vivo. E’ come se in Italia si citasse e si esaltassero tutti i giorni le azioni di Garibaldi.

Poi Chávez, nato a Barinas da una famiglia di origini umili e mestiza (meticcia), diventato militare fino al grado di tenente colonnello per poi diventare il Comandante Supremo. Eletto legittimamente alla finde degli anni novanta, espressione della protesta contro la disuguaglianza sociale di un paese infinitamente ricco ma con sacche di povertà enormi tanto che Caracas ospita la seconda più grande favella del continente dopo Rio. Chávez era estremamente carismatico, con tanta energia e una retorica bulimica. Era famoso il suo programma “Aló Presidente” nel quale, in diretta televisiva per oltre otto ore tutte le domeniche parlava, leggeva libri, sfogliava giornali, abbracciava i presenti in diretta o in collegamento, firmava decreti, emetteva sentenze giudiziari, accusava, insultava, divulgava editti, cantava, governava, impartiva ordini, intervistava ed era intervistato, raccontava barzellette, lanciava accuse agli Stati Uniti, dava lezioni di storia e di economia ma soprattutto occupava lo spazio politico, sociale e comunicativo senza permettere a nessun altro di intervenire e interferire per avere il controllo totale del potere.

Infine, il Presidente. L’erede successore designato dal Comandante supremo poi eletto dal popolo. Sindacalista poi diventato Ministro degli Esteri. Alto, imponente, con grande senso dell’umorismo, caustico e sarcastico. Grande fiuto politico per sopravvivere agli attacchi del proprio partito con gli anni ha acquisito la oratoria chavista senza raggiungere però la dimensione del Maestro. Il suo programma “Con Maduro Más” dura al massimo due ore la domenica pomeriggio. Un po’ per pigrizia innata, un po’ perché la sua giornata lavorativa inizia nel pomeriggio. Con l’abito adeguato al momento. El Comandante en guerra in giacca verde militare. Il comandante di tutte le forze armate in alta uniforme bianca con mostrine. Il cittadino comune in tuta acetata rigorosamente con il tricolore della bandiera giallo-rosso-blu. Il rivoluzionario con la camicia rossa del partito. L’operaio con il casco giallo per le grandi opere di costruzioni.  El Gran Cacique con il casco di piume colorate del grande capo indio. Il politico internazionale in giacca e cravatta. Il leader della fratellanza social-latina in guayabera caraibica. L’allevatore di bestiame del Llano del sud con il capello da vaquero. Il rockero con la giacca di pelle nera. Il capo spirituale ecumenico con i simboli di tutte le religioni. Il babbo natale che annuncia l’inizio delle festività natalizie a ottobre. Ma soprattutto e sopra tutti: El Súper Bigote. Il super eroe con il baffone che mano nella mano alla sposa Cilia, risolve tutti i problemi della gente. Súper Bigote affronta senza paura i problemi che sempre nascono dall’estero, dalla guerra economica che ogni giorno il Venezuela deve affrontare. Le sue gesta sono raccontate in episodi di cartoni animati con il sigillo dell’ufficialismo. Non è satira ma è vera propaganda per plasmare le menti del popolo. E sa anche andare in kite!

E poi come ogni chiesa che si rispetti non mancano le figure iconiche minori da venerare e esaltare. La più affascinante è Fernanda Bolaño, che da il nome al Frente (movimento) che raggruppa tutte le cocineras de la patria ovvero le cuoche che ogni giorno cucinano nelle mense delle scuole pubbliche. Un lavoro dignitosissimo con il quale signore dedite ai bambini che alimentano ogni giorno trovano nel Frente Fernanda Bolaño la forza morale di andare a lavorare ogni giorno senza praticamente essere retribuite. Il nome del movimento viene da Fernanda Bolaño, la cuoca di Simon Bolivar. Probabilmente non avrà mai immaginato che la sua vita dedicata ad accudire el Libertador avrebbe ispirato il movimento che alimenta i corpi e le menti di future generazioni rivoluzionarie.

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